JOHN KING

La prigione delle Sette Torri è il luogo del raccapriccio e del ribrezzo. Contenitore orrido di uomini brutali e violenti, tutto al suo interno si consuma per bestemmia e per infamia. La abitano anche i fantasmi della coscienza disumana, che quando risvegliano le pene e i delitti per farne paranoia ipnotica, sanno essere inquisitori ben più temibili dei giudici in carne e sermoni. Qui vengono escluse senza possibilità le aspettative di una qualunque lontana realtà, accogliendo impietosamente solo l’ansia di un terrore quotidiano. Qui vengono reclusi anche i sogni, le chimere, le vie di fuga, perché pensiero non può fluire nelle menti di colpevoli. Qui vengono inclusi anche Jimmy e la sua colpa enigmatica, dopo aver vagato senza sosta - e senza un perché - per l’America, l’India e l’Europa del Sud. Iniziano così altri viaggi non voluti, che hanno per mappe le identità distorte di personaggi dai capricci volgari e dalle voglie irriguardose. Tra le sbarre della mostruosità più squallida, non manca proprio nessuno: Gesù, Elvis, il Macellaio, il Venditore di Gelati, i Secondini Anonimi, e lo stesso Jimmy, ridotto a tremante aguzzino di se stesso e delle sue colpe inconoscibili. Ne nasce una storia in forma di allucinazione permanente, dal linguaggio energico e mai gentile, che pure diventa in più di un’occasione poesia da strada e lirica del degrado. John King, londinese di nascita e viaggiatore instancabile, specializzato in storie balorde ad alta tensione sociale, denuncia senza limiti la nefandezza di una delle tante costruzioni civili ispirate dalla nostro viver comune: il carcere è così raccontato in tutta la sua incomprensibilità di luogo contenitore ed aggregatore di vissuti perversi, da cui fa fatica a venir fuori una labile ipotesi di riscatto, figuriamoci una parvenza di sopravvivenza dignitosa che possa sfociare in una libertà migliore. Resta l’isolamento senza senso dei crimini e degli squallori, e l’emarginazione imponente di una fetta di umanità sbagliata, fastidio e prurito per la fetta restante di umanità corretta. “Un uomo gli insulti li regge solo fino a un certo punto e alla fine riapro gli occhi, il maniaco dei gelati mi manda un bacio bavoso e si sfrega le palle, spingendo i fianchi avanti e indietro mentre geme t’inculo per bene. Appoggiandomi alla parete scivolo fino a terra e resto seduto in silenzio, come gli altri sei detenuti, tutti a capo chino, il corpo rannicchiato, sepolti vivi sotto la custodia della polizia.” Come uscire rinnovati da un’esclusione così organizzata e più criminale del crimine che raccoglie? John King non ci fornisce risposte, ma solo la resa lucida e puntuale della degradazione di un luogo, deputato a contenere il male, e paradossalmente a guarirlo.
Stefania Ricchiuto

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