Sua inglesità Guy Ritchie incontra lo Sherlock Holmes di Sir Arthur Conan Doyle in un film strabiliante. Il produttore Lionel Wigram inseguiva questo progetto da un decennio, e la leggenda vuole che nel 2006 sia addirittura giunto ad abbandonare il posto sicuro di dirigente presso la Warner Bros. per mettersi a scrivere un trattamento basato sul personaggio dell’investigatore più famoso del Regno Unito. Wigram chiese aiuto al fumettista John Watkiss, in precedenza collaboratore di Derek Jarman e Francis Ford Coppola. Tra cambi al timone (in un primo momento la regia era stata affidata a Neil Marshall) e riscritture successive, si arriva ad una reinvenzione al passo coi gusti del pubblico odierno che ha già fatto storcere il naso a quattro o cinque puristi. La pura verità? L’Holmes letterario è noioso, mentre la nuova versione per il grande schermo trasuda action come nei migliori film della saga 007, ironia come in Indiana Jones, botte da orbi come in…qualsiasi altro film firmato Guy Ritchie.
Il risultato è una pellicola divertente, allegra, equilibrata nella somma delle parti. Uno spettacolo per famiglie forte di un impianto scenografico che unito alla fotografia di Philippe Rousselot (già al lavoro con Tim Burton, Neil Jordan e Stephen Frears) immerge lo spettatore in una Londra vittoriana appena più solare di quella vista in From Hell dei fratelli Hughes. Colpiscono le facce di mendicanti, zingare, immigrati, bobbies e canaglie d’ogni sorta, l’attenzione per le opere di ingegneria di Bazalgette e lo stile architettonico di John Nash, Charles Barry e Augustus Welby Pugin.
La coppia formata da Robert Downey Jr. e Jude Law è strepitosa, e gli attori che gravitano intorno non sono da meno, a partire da Rachel McAdams nei panni dell’astuta e combattiva Irene Adler. L’avventura comincia con Holmes e Watson che piombano nel bel mezzo di una messa nera per salvare una fanciulla distesa su un altare e pronta al sacrificio (Aleister Crowley e il conte Dracula sghignazzano dietro l’angolo). Holmes si presenta al pubblico illustrando una tecnica perfetta per mettere fuori combattimento con pochi, micidiali colpi un avversario. Poco più avanti sarà il suo rapporto col dottor Watson a tratteggiare gli aspetti più bislacchi dell’investigatore: Holmes è lunatico. Holmes è morbosamente legato al suo grande amico. Holmes pratica la lotta libera e il gioco d’azzardo, si diletta in chimica, botanica e veleni. L’inconfondibile stile di Ritchie fa il resto, svecchiando il mito con la complicità di un Downey Jr. finalmente risorto dalle ceneri e pronto a mettere, oltre alla faccia e alle eccellenti doti recitative anche la sua conoscenza del Wing Chun al servizio del cineasta inglese. Ritchie se ne frega della moda del 3D e omaggia John Woo con pistole puntate ed esplosioni in slow-motion: questo è rock’n’roll suonato con la macchina da presa che rimbalza da un punto all’altro della scena.
Il franchise del blockbuster appare in netta fase di decollo ed è abbastanza probabile la messa in cantiere di un sequel con Holmes pronto a scontrarsi con il Professor Moriarty, l'arcinemico che in questo capitolo si muove un po’ ai margini lasciando il ruolo dell’antagonista al luciferino Lord Blackwood (Mark Strong). Aspettiamo fiduciosi nuove avventure.
Il risultato è una pellicola divertente, allegra, equilibrata nella somma delle parti. Uno spettacolo per famiglie forte di un impianto scenografico che unito alla fotografia di Philippe Rousselot (già al lavoro con Tim Burton, Neil Jordan e Stephen Frears) immerge lo spettatore in una Londra vittoriana appena più solare di quella vista in From Hell dei fratelli Hughes. Colpiscono le facce di mendicanti, zingare, immigrati, bobbies e canaglie d’ogni sorta, l’attenzione per le opere di ingegneria di Bazalgette e lo stile architettonico di John Nash, Charles Barry e Augustus Welby Pugin.
La coppia formata da Robert Downey Jr. e Jude Law è strepitosa, e gli attori che gravitano intorno non sono da meno, a partire da Rachel McAdams nei panni dell’astuta e combattiva Irene Adler. L’avventura comincia con Holmes e Watson che piombano nel bel mezzo di una messa nera per salvare una fanciulla distesa su un altare e pronta al sacrificio (Aleister Crowley e il conte Dracula sghignazzano dietro l’angolo). Holmes si presenta al pubblico illustrando una tecnica perfetta per mettere fuori combattimento con pochi, micidiali colpi un avversario. Poco più avanti sarà il suo rapporto col dottor Watson a tratteggiare gli aspetti più bislacchi dell’investigatore: Holmes è lunatico. Holmes è morbosamente legato al suo grande amico. Holmes pratica la lotta libera e il gioco d’azzardo, si diletta in chimica, botanica e veleni. L’inconfondibile stile di Ritchie fa il resto, svecchiando il mito con la complicità di un Downey Jr. finalmente risorto dalle ceneri e pronto a mettere, oltre alla faccia e alle eccellenti doti recitative anche la sua conoscenza del Wing Chun al servizio del cineasta inglese. Ritchie se ne frega della moda del 3D e omaggia John Woo con pistole puntate ed esplosioni in slow-motion: questo è rock’n’roll suonato con la macchina da presa che rimbalza da un punto all’altro della scena.
Il franchise del blockbuster appare in netta fase di decollo ed è abbastanza probabile la messa in cantiere di un sequel con Holmes pronto a scontrarsi con il Professor Moriarty, l'arcinemico che in questo capitolo si muove un po’ ai margini lasciando il ruolo dell’antagonista al luciferino Lord Blackwood (Mark Strong). Aspettiamo fiduciosi nuove avventure.
(N.G.D’A.)



