ROCKY BALBOA

Nel film Balle spaziali, irriverente parodia della fortunata saga di Guerre Stellari firmata da Mel Brooks, una delle tante esilaranti battute è dedicata al mitico pugile italoamericano Rocky Balboa. In un futuro non meglio identificato un critico cinematografico commentando Rocky 5... mila sottolinea "visti i primi mille, visti tutti". E in effetti anche questo sesto appuntamento con la storia drammatica e speranzosa assieme del pugile di Philadelphia che dai ring polverosi della provincia diventa campione del mondo, sfida i migliori atleti di tutte le razze, conquista fama e denaro, torna nella polvere per investimenti sbagliati da parte del cognato, urla a squarciagola il nome della sua amata storcendo in maniera inconsueta la bocca, non aggiunge molto ai primi capitoli. Comunque, quando esce un nuovo Rocky bisogna vederlo (e la stessa tenera soddisfazione che provavo da piccolo alle nuove avventure di Scuola di Polizia o Arma Letale).

Lo stallone italiano ha ormai sessanta anni, gestisce un ristorante nella sua città, ammorba i clienti con i suoi racconti di sfide memorabili, piange sulla tomba dell'amata moglie, ha problemi con il figlio che non riesce a convivere con l'ingombrante passato del padre, incontra una donna che da adolescente aveva chiesto al grande campione un autografo e che adesso vive con un figlio scapestrato che Balboa cerca di redimere (assieme alla madre...). Ad un certo punto (e in realtà non è che si capisca bene il perché, ma forse mi ero distratto) l'uomo decide che nonostante l'età, la trippetta e il fiatone, deve tornare sul ring. In realtà Rocky penserebbe a qualche piccolo incontro così per divertirsi, per tirare qualche cazzotto invece di cucinare leccornie per i proprio affezionati. Invece, ironia della sorte e della sceneggiatura, si ritrova a poter affrontare in una "esibizione" il giovane Campione del Mondo, imbattuto e imbattibile, che nessuno osa più sfidare e che invece, secondo un match al computer, sarebbe messo ko dal miglior Balboa. E qui dalla stanca prima parte, anche un po' stucchevole se non patetica, si passa - come da copione perfetto e immutabile - nella fase due del film: duro allenamento con materiale di scarto (compresi gli immancabili quarti di bue del macello), corsa sulla famosa scalinata (anche se ormai la statua con le braccia al cielo è stata tolta), frasi memorabili di una poesia che fa rizzare le carni e incontro sul quale nessuno scommetterebbe un dollaro... e invece... Rocky sovverte il pronostico e tira pugni come sassi, cazzotti che sono tir in movimento, ganci che smandibolerebbero anche uno gnù.

Il finale, ovviamente, è top secret (e c'è anche un divertito Mike Tyson). Comunque questo è, rispetto agli altri, un Rocky molto decoubertiniano. L'importante è partecipare e dimostrare a se stesso e agli altri che "è meglio essere felici sacrificandosi per quello che si ama piuttosto che essere infelici rinunciandoci".

Rocky non è solo un pugile. Rocky ha accompagnato una generazione di statunitensi, e per riflesso di europei, dal sogno americano alla guerra fredda, dall'amore al razzismo nei confronti dell'immigrato pizza-mandolino, dalle riflessioni sulla lealtà e sulla sportività alle piccole storie senza importanza della quotidianità. Peccato che in questo ultimo round non ci fosse l'indimenticabile voce di Ferruccio Amendola a urlare Adriana... che è un po' quello che vorremmo urlare noi dopo ogni piccolo o grande successo della vita.

Gazza

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