Critiche a parte "L'impero dei lupi" è un film di profondo interesse. Per la sua bellezza? Può darsi, ma non è questo il caso. Per la sua attualità? Forse, anche. In realtà il motivo è oltremodo semplice: l' opera seconda di Chris Nahon, giovane regista che viene dal videoclip (come Michel Gondry per intenderci), rappresenta a suo modo il consolidamento di un cinema, quello francese degli ultimi 10 anni, capace davvero di competere con le produzioni americane, regine incontrastate del mercato. La vitalità di romanzieri alternativi e visionari come lo stesso Jean-Christophe Grangè ("I fiumi di porpora", "Vidocq" e per ultimo "L'impero dei lupi") ha dato linfa nuova a tutto il movimento, che al pari di quello made in Usa comincia a godere di una propria autonomia e riconoscibilità, oltre che di una identità comunitaria che è il vero passo per considerare l'Europa una nazione in tutti i sensi possibili. E anche se per il momento resta sempre poco, la recente quantità di co-produzioni internazionali dimostra che in Europa film esportabili possono esistere e che una cinematografia di tradizione come la nostra non rimarrà esclusa da un futuro e sempre più vicino rilancio. Tornando al film, Anna (Arly Jover) è la giovane moglie di un ufficiale di polizia francese. Da qualche tempo soffre di orribili allucinazioni e amnesia, al punto di non riconoscere il volto del marito. Mentre si preparano per lei procedure mediche sempre più complesse, la donna inizia a sospettare di non essere pazza, ma la pedina di una macchinazione terribile. Per questo si rivolge alla psichiatra Mathilde (Laura Morante). Nel frattempo, nel X distretto, il giovane capitano Paul Nerteaux (Jocelyn Quivrin) sta indagando sull'assassinio di tre giovani donne turche, trovate orrendamente mutilate. Per infiltrarsi nella comunità turca del quartiere, Nerteaux non ha altra scelta che rivolgersi a Schiffer (Jean Reno), un ex collega con la fama di corrotto e violento. Le premesse, così come il romanzo sono ottime e nella prima mezz'ora il film pare addirittura eccitante. Ma poi accade qualcosa. Quello che doveva essere il trampolino di lancio per un'opera esaltante diventa l'occasione per mettere in scena una serie di cose già viste ed efferatezze insensate. Intendiamoci, i colpi di scena vanno bene e qui ce ne sono, forse fin troppi, ma non riescono mai a legare due storie che viaggiano e si concludono su due binari paralleli, distogliendo per forza di cose, l'attenzione dello spettatore. I personaggi poi, a partire da Jean Reno sono fin troppo raffazzonati e vittima di stereotipi che non riescono mai a godere di quella caratterizzazione psicologica che fa di ogni thriller un buon thriller. Due parole a parte merita Laura Morante che invece riesce a ritagliarsi uno spazio tutto particolare e diverso da quello che spesso gli viene cucito addosso nel cinema di casa nostra e che le da la certezza di poter ricoprire ruoli variegati e lontani tra loro. Un po' "Seven", un po' "I fiumi di porpora", questo film non riesce mai a costruirsi una identità propria e non bastano esperimenti fantascientifici e organizzazioni misteriose a dargli quella spinta in più che ne avrebbe fatto qualcosa da ricordare. La storia in ogni caso incontra l'attualità cercando di entrare nei meccanismi complessi di una comunità turca (forse nell'Unione Europea) e delle sue contraddizioni (il gruppo terroristico dei Lupi Grigi di cui faceva parte Alì Agca) e questo è uno dei pochi meriti di un film che ha l'amaro sapore di un'incompiuta.



