Sergio Rubini e Domenico Procacci si ritrovano dopo 12 anni e lo fanno con La terra, film prodotto da una delle più importanti e vivaci case di produzione italiane, la Fandango, con la quale anni fa il regista-attore aveva intrapreso il suo percorso. Rubini, nato a Grumo Appula (BA) nel 1959 arriva così al suo ottavo film da regista (sei dei quali girati in Puglia) dopo aver esordito nel 1990 con l'intenso La stazione e dopo il recente successo de L'amore ritorna (2003), forse uno dei suoi lavori più riusciti. Il nuovo film di Sergio Rubini è un viaggio ai confini del Sud. Un Sud per molti versi stereotipato ma che esprime una serie di considerazioni più o meno valide sul valore della famiglia e di tutto ciò che gli ruota attorno, proprietà, memorie, legami. Un po' dramma, un po' noir quest'ultimo lavoro del regista pugliese convince e lo fa nella maniera più limpida, raccontando una storia, sempre sospesa tra sogno e realtà. Ambientato a Mesagne, il film racconta la storia recente di quattro fratelli dall'animo e dal futuro profondamente diversi che si ritrovano dopo svariati anni per discutere la vendita di una masseria di proprietà del padre. Questo innescherà una serie di reazioni devastanti che avranno il potere di smuovere situazioni e coscienze e di riportare alla luce vecchi traumi e contrasti sopiti. Bentivoglio, Solfrizzi, Venturiello e Briguglia, oltre che quattro fratelli rappresentano altrettante stagioni della vita, nelle quali tutti siamo costretti a fare i conti con un legame così sottile da spezzarsi col primo alito di vento. Interessante è anche il lavoro tecnico che Rubini riesce a sviluppare, che va da una efficace commistione di generi a un mix sapiente di movimenti di macchina che caratterizza il cinema d'autore tanto quanto il B-movie. Nel cast anche Claudia Gerini, compagna di uno degli interpreti e lo stesso regista, che si è cimentato con l'ambiguo ruolo di uno strozzino che vede il suo destino legato alla famiglia. Prima di uno sconvolgente finale a sorpresa che lascia tutti a bocca aperta. Ed è proprio dove tutto è cominciato, nella masseria, che si concludono le vicende dei quattro fratelli-protagonisti, finalmente riuniti anche dopo una importante "perdita". A dimostrazione del fatto che c'è una dimensione ematica delle cose, che ci rende più sensibili e aggressivi, scriteriati e capaci d'amare. Senza mezzi termini. Un film magico e senza ordine di tempo in cui ritorna il tema delle radici, forse filo conduttore di tutta la carriera di uno dei più straordinari interpreti attuali della vita da "emigrante", che contraddistingue nel bene e nel male ogni storia del Sud.
C. Michele Pierri



