A distanza di quasi quattro anni dal suo ultimo film (italiano!), Ricordati di me, Gabriele Muccino torna nelle sale di tutto il mondo con La ricerca della Felicità (The pursuit of happness). Per battezzare il suo esordio hollywoodiano, abbandona completamente l'Italia borghese dei nostri giorni per raccontarci l'America degli anni ottanta. Nel suo ultimo film, il regista ci porta per le strade di San Francisco, quelle stesse che Chris Gardner (Will Smith), un improbabile ma tenace venditore porta a porta, percorre tutti i giorni, pur di piazzare i suoi scanner per ossa. L'uomo, soffocato dai problemi economici, ha una famiglia da mantenere, il piccolo Christopher (Jaden Christopher Syre Smith), la moglie (Thandie Newton) e una montagna di affitti e rette dell'asilo che gli assillano l'esistenza. È proprio quando la compagna lo abbandona, per cercare miglior fortuna a New York, che Chris si rende conto di vivere ormai ai margini del sogno americano. Comincia ad affrontare con il figlio l'iter di tutti i senzatetto: sfrattato dal suo appartamento, si ritrova dapprima a dormire in un motel, fino ad arrivare alla strada e ai ricoveri per homeless. Ma è proprio durante questo percorso che sembra giungere ad una svolta. Viene assunto da stagista in una grossa società finanziaria, con la speranza di ottenere un giorno un posto di lavoro retribuito. Il nostro protagonista intraprende un viaggio, mosso dalla "ricerca della felicità", come nella migliore tradizione delle storie e dei personaggi del cinema neorealista di De Sica e della commedia agro-dolce di Capra, a cui chiaramente Gabriele Muccino si ispira e rende omaggio. Il "manierismo mucciniano" è presente nella recitazione urlata e sopra le righe, che spesso riemerge in alcuni tratti anche in quest'ultimo film, ma è ben gestita da un grandioso Will Smith (in corsa all'Oscar per questo ruolo), che ci sta abituando a grandi ruoli drammatici (vedi Alì). Il regista lavora con una sceneggiatura, che trova purtroppo debolezza nella ripetitività degli ostacoli e delle disgrazie, prima di arrivare all'agoniato happy end. Lo stile "internazionale", caratterizzato principalmente dagli ampi e rapidi movimenti di macchina, rimane comunque uno dei grandi punti di forza del regista.
Sabrina "Zero Project" Manna



