Se il ‘900 è stato il periodo delle guerre di massa e dell'odio insensato, metodico e programmato, questo ventunesimo secolo, ancora in fasce, sembra proprio quello del recupero di tragedie che sembravano dimenticate. Tratto dall'omonimo romanzo di Antonia Arslan, il nuovo film dei fratelli Taviani affronta e decifra il difficile tema del genocidio attraverso la storia di una famiglia armena che ristruttura una vecchia masseria abbandonata per ospitare i propri parenti in arrivo in Italia. L'attesa però sarà vana, perché i loro cari sono stati ammazzati per mano dei turchi durante uno dei più sanguinosi episodi di pulizia etnica che la storia ricordi. Su queste basi si muove un film molto intenso, visivamente incisivo e interpretato da un cast internazionale in cui spiccano Paz Vega e Mohammed Bakri. Splendide come sempre la ricerca del quadro e le scenografie che fanno da sfondo ideale a una pellicola dal sapore teatrale, che riesce a muoversi sul filo della fiction senza tuttavia esserlo. Ed è proprio qui l'unica pecca di un film che lascia di tanto in tanto troppo spazio alla banalità, rifugiandosi nell'immagine per sfuggire al racconto o, visto il caso, semplicemente alla stanchezza. Non deve essere facile raccontare una strage, ancora di più quando è smentita come in questo caso. Può davvero un uomo negare davanti all'evidenza storica di aver trucidato milioni di persone? A quanto pare si, ed è l'orgoglio di chi ha bisogno non solo di sapere, ma anche di dimostrare a far nascere lavori come questi. Forse è banale dirlo, ma oggi più che mai si avverte il bisogno di una memoria collettiva e condivisa, che eviti il ritorno della follia. La storia ha più volte dimostrato di essere facile da oscurare, riaprendo la strada a dittatori e revisionisti. Il nostro compito è quello di essere sensibili e vigili, quello di questi film di ricordarcelo. Per non dimenticare.
Michele C. Pierri



