ANOTHER YEAR


Non ci sono crepe nell’ultimo film di Mike Leigh, non ci sono passi falsi, né esitazioni, se non quelli propri di ciascuna delle vite ordinarie che lo abitano. All’ultima edizione del festival di Cannes, Another Year ha riscosso un grande successo; poi è stato nominato all’Oscar come miglior film straniero, e da più parti lo si è definito come il capolavoro del cineasta inglese (che pure con Naked, Segreti e Bugie, Vera Drake, La felicità porta fortuna, aveva già collezionato premi e approvazione, confermandosi come uno dei massimi esponenti del realismo inglese). Ma c’è anche chi ha sbadigliato, chi lo ha accusato di essere lungo e melodrammatico, e magari solo perché la vita vera, la solitudine, certe piccole miserie quotidiane, qui perfettamente rese, sono in effetti molto noiose, quando non addirittura insopportabili. Eppure, le due ore e dieci del film scorrono via lievi, senza tempi morti, senza sbavature, tra tazze di tè, bicchieri di vino, lunghissime conversazioni, scene di vita comune. Ancora una volta Mike Leigh racconta con il suo consueto sguardo, misurato ma sempre partecipe, un’umanità varia e commovente, descrivendo i sentimenti e le emozioni con una semplicità che riesce sempre a non essere semplificativa, ma che, al contrario, illumina la complessità delle emozioni, le difficoltà del vivere, il girare a vuoto del tempo. Il tempo, qui, è quello scandito dalle stagioni di un altro anno, uno come tanti nella vita di una fortunata coppia di mezza età che resiste all’usura dell’abitudine, e ancora si ama, si stima, si parla. Attorno ai due protagonisti - Tom, geologo, e Gerri, psicologa, interpretati dai sublimi Jim Broadbent (premio Oscar nel 2002 per il film Iris, un amore vero) e Ruth Sheen (attrice scelta da Leigh per il film Belle speranze, nel 1988, e poi da lui diretta in altre quattro pellicole) - gravitano una serie di amici e parenti, tutti alle prese con gli affanni della solitudine che tentano di colmare come possono, e che nella coppia trovano accoglienza, comprensione e conforto. Tra le varie miserie, sono quelle di Mery (interpretata dalla meravigliosa Lesley Manville), collega e amica di Gerri, a suscitare la maggiore tenerezza; personaggio drammatico e malinconico, sempre sull’orlo del riso isterico o del pianto dirotto, Mery rappresenta la lotta impari tra il tempo che passa inesorabile e le possibilità che passi senza effetti su chi, per scelta voluta o subita, resta da solo.
Lori Albanese

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