Breve premessa.
Il concerto di Dalla ha sempre un che di sentimentale, non fosse altro poiché lo si riconduce ai tempi delle elementari ed alle richieste di chiarimenti su “Disperato Erotico Stomp” ad una madre allora imbarazzata e che va ricordando questi infantili interrogatori tra le poltrone di un Politeama Greco stipatissimo.
Arrivati, l’enorme dipinto di Mimo Paladino domina il teatro intero da un palco mai così vicino e straripante di strumenti, tra i quali fanno capolino due pianoforti in prima fila, a ridosso di dove si sarebbero andati a collocare i Due.
Decisamente ottime premesse.
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Breve nota a margine: qualche lezione di educazione al teatro sarebbe necessaria e doverosa per i numerosi concittadini che insistevano a girovagare ciarlando dopo il terzo campanello, probabilmente ritenendo che quel suono si riferisse all’inizio della ricreazione. Se, poi, dovessimo aggiungere i ritardi che tanto “fanno v.i.p.”, allora saremmo a posto. Ma le maschere del teatro non indugiano a far accomodare i “very important ritardataries” in piedi ai lati del teatro per non disturbare i presenti a concerto iniziato.
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Già, il concerto.
Vedere un De Gregori così disteso non è cosa da poco. Piacevolmente sorridente, incita il pubblico ad alzarsi, ad applaudire ed a partecipare, conscio di avere accanto un’ottima spalla, un Dalla ispirato come sempre che non va risparmiandosi in vocalizzi operistici dall’alto delle sue sessantotto estati. Il risultato è un pastiche sonoro nelle mani esperte di una band composta dai fiduciari dei due Artisti. Il Bolognese Lucio è sprovvisto della Menarini e di Portera, ma ha al suo fianco un Alemanno la cui giovane età è ormai solo un dato anagrafico. Lo stesso valga per il pilastro Guglieminetti, la cui età non più verde e l’esperienza sul pentagramma è da tempo una garanzia per il Romano Francesco.
La scaletta?
“Ovvia” la qualificherebbero in molti.
Sbagliando.
Certamente non mancano i capisaldi delle carriere dei due Artisti, ma gli inserti tra una “hit” e l’altra sono recuperati nei meandri delle due differenti discografie, sì da far conoscere una “Sempre e per sempre” al grande pubblico che si aspetta di ascoltare “Rimmel”, con la stessa reazione di chi, aspettandosi “L’anno che verrà” vien travolto da una psichedelica “Nuvolari”.
L’intesa tra i due c’è ed è palpabile, stemperata da uno spettacolo che si va a reggere su due Artisti che si supportano vicendevolmente, apparendo rilassati nelle esecuzioni, consci di un vicendevole sostegno, e che comunicano grande diletto sul palco.
La scaletta, si diceva, apre con “Tutta la vita” per poi inerpicarsi in un percorso a cavallo tra i due repertori, reso un indistinto unicum dagli incastri vocali dei due, dalle strofe, alle singole parole innestate tra le due differentissime voci, distinte ma coese.
Quando, poi, si diffondono i primi accordi al pianoforte de “La valigia dell’attore”, scritta per l’attore Alessandro Haber, il silenzio del teatro diviene parte integrante di uno dei brani più alti, a parere di chi scrive, della discografia di De Gregori. Il teatro ed il suo vecchio camerino, lo specchio ed il manifesto lì accanto, le lenzuola dei numerosi hotel: sono i Due a raccontarci le loro vite da Artisti.
Una riflessione scaturisce necessariamente da quanto ascoltato tra le mura del teatro cittadino.
Osservando l’esperienza infusa tra le note e gli accordi, fissando quei capelli bianchi e quelle rughe profonde, ripensando a chi ieri componeva e che oggi ascoltiamo ricordando nostalgicamente, un dato è chiaro.
È chiaro come questa generazione di Artisti che hanno l’età dei nostri genitori o giù di lì, non sia più in attesa di quel testimone poetico dei cosiddetti “Grandi”.
Il testimone gli è stato già passato da chi non può più vergare taccuini o percuotere corde e tasti.
È questa generazione, adesso, alla quale riferirsi per comprendere come scrivere, comporre e creare Arte, certamente guardando a chi non c’è più, ma soprattutto studiando chi adesso c’è e può ancora dirci ed insegnarci qualcosa.
Rigorosamente in analogico.
Giuseppe Calogiuri



