Assistere a due concerti di Meredith Monk in due serate successive è una fortuna rara. E non solo in Italia.
Se poi i due concerti illuminano tutte le possibili facce di una compositrice che ha saputo incentrare il proprio lavoro su un solo strumento - la voce - ma che allo stesso tempo ha allargato lo spettro delle possibilità linguistiche, timbriche, estetiche incorporando minimalismo, danza, teatro e cinematografia, allora l'evento è da rimarcare parecchie volte.
La serata dell'otto ha previsto una selezione di suoi lavori passati, eseguiti dalla sola Monk. Come in un crescendo, la prima parte è dedicata esclusivamente alla voce. Dal palco risuonano pezzi da "Songs From The Hill", "Light Songs" e "Volcano Songs". La performer presenta ogni brano spiegando con parole chiare non solo quello che andrà a fare ma soprattutto come ciascuna composizione sia nata, introducendo così ciascun ascoltatore alla meravigliosa elaboratezza delle sue tecniche, e spalancando l'universo estetico che le è famigliare. Non una delle sue composizioni, infatti, si limita a sciorinare tecnicismi, ma rappresenta un concentrato di poesia che non si avvale di parole. I suoni sorprendono per purezza, forza e genialità, nonché per una straordinaria forza emotiva. La seconda parte della prima serata riporta invece alle origini dei lavori di Meredith Monk, a un microcosmo incantato fatto di un pianoforte che ripete brevi frasi e di una voce che si staglia lontano, che si allontana e si distanzia nello spazio, che cattura e trasporta.
Ma è con il suo ensemble - un organismo musicale più che perfetto -, nel secondo appuntamento, che la musica di Meredith Monk blocca definitivamente il respiro. Un percussionista, un clarinetto e una pianista sono gli accompagnatori di cinque splendide voci, in grado di fondersi, di sovrapporsi, di giocare, di sorprendere, di smuovere ed emozionare.
Apre nuovamente lei, Meredith Monk, con alcuni brani per voce sola, dimostrando ancora una volta la generosità e il vigore che contraddistinguono la sua figura artistica. A più di quarant'anni dal suo esordio, conserva una grinta e una voglia di esprimersi uniche, unite a una presenza sul palco che da sola basta a paralizzare l'intera platea.
Una volta raggiunta dall'intero ensemble, si lanciano dapprima in un assaggio da "Mercy", lavoro di grande tensione e dal finissimo impasto vocale. Poi finalmente viene eseguito "Impermanence", l'ultima creazione, che, secondo le sue stesse parole, corrisponde a «una meditazione sul modo in cui sperimentiamo la vita, la morte e il cambiamento». Un lavoro in grado di abbagliare, per l'intricato eppure scorrevolissimo incastro di parti e di ruoli dei musicisti/cantanti/attori/ballerini sul palco.
Assistere a una performance dell'ensemble di Meredith Monk - la cui perfezione esecutiva è quasi imbarazzante - scatena una quantità di riflessioni su come si possa trovare tale coordinazione di intenti, di gesti musicali, e sul valore poetico di quello che riescono a creare. È la profondità del risultato sfiora corde interne in una maniera che lascia increduli.
Il focus sulla carriera di Meredith Monk si conclude con due bis, realizzati dall'autrice e da Theo Bleckmann, suo partner in duo. Il giorno seguente Meredith, instancabile, ha anche tenuto un workshop sulla voce e sul ruolo del corpo nel canto. Un approfondimento sulle sue scoperte che conclude la sezione a lei dedicata di un Festival, AterForum, che merita una menzione speciale per il coraggio, la perpiscacia e la completezza di un programma: "Genius Voci". Interamente dedicato alle voci femminili, la kermesse ha saputo mettere insieme alcune tra le più importanti performer e compositrici contemporanee, appartenenti ai più svariati ambiti, e non solo musicali, tra le quali Fatima Miranda, Petra Magoni e Annette Peacock.
Gianpaolo Chiriacò



