Bobby McFerrin è un'autorità gentile, un'istituzione condivisa, un re amorevole. La sua voce possiede un potere magico, impalpabile, perfino guaritore a giudicare da uno dei suoi più famosi pseudonimi, medicine man, diventato poi il titolo di uno dei suoi primi dischi. La sua voce è famosa a livello internazionale per aver cantato quel Don't Worry, Be Happy così abusato dalle pubblicità di tutto il mondo. Ma la sua carriera cela una ricerca integerrima al servizio di una tecnica sconfinata, che gli permette di cantare qualsiasi cosa e in qualsiasi modo.
Lo scenario preparato a Bari, per il suo concerto, svelava sin dal primo sguardo il rispetto (anche un po' timoroso) riservato alla sua aura. Il palco posto quasi al centro del vecchio stadio, così distante dal pubblico in curva, contribuiva a tratteggiare una ritualità da rockstar, forse eccessiva per un artista a misura d'uomo che ha fatto della sua voce - strumento fragile per definizione - una missione.
Ma il contesto di per sé non rappresentava certo una difficoltà per Bobby McFerrin: i problemi, invece, sono arrivati dall'impianto audio, che ha mostrato da subito qualche pecca. Così, durante tutto il corso del concerto, il vocalist ha dovuto interrompere diverse volte, riprendendo però sempre con grande professionalità. D'altra parte, la gestione del suono non era certo cosa facile, dal momento che Bobby aveva deciso di portare con sé sul palco tutta la schiera di musicisti pugliesi (e non solo) che avevano condiviso con lui il workshop dei giorni prima.
L'ensemble, costituito per l'occasione sotto la guida di Roberto Ottaviano, presentava al suo interno voci autorevoli e musicisti di professione, nondimeno la presenza di un gran numero di persone sul palco - fiaccate dai problemi tecnici - ha costiuito una zavorra per l'economia generale del concerto.
Il set è stato aperto da Bobby, con la sua solita magnificenza, fatta di suoni inauditi e di una coordinazione fra timbri, gesti e musicalità che continua a impressionare a distanza di quasi trent'anni dalla sua rivelazione. Ma con i musicisti ospiti ben poco era veramente preparato. Ciò - da un lato - ha permesso al gruppo di mostrare grandi doti d'improvvisazione, ma - dall'altro - più di qualcosa è apparsa raffazzonata. La scarsa preparazione delle parti risultava spesso un deficit evidente, nonostante gli sforzi dell'artista newyorkese, che è peraltro un affermato direttore d'orchestra. Tutto questo contribuiva a creare una certa aria molto festosa ma poco attenta, complice anche la pessima resa sonora.
Punti di massima intensità sono stati raggiunti dal duetto - di certo molto più rodato - fra Bobby e il suo chitarrista, che si sono prodigati in un paio di pezzi (tra cui una cover dei Doobie Brothers) e da un altro duetto, molto meno consueto ma ugualmente emozionante, fra il cantante e Maria Mazzotta, vocalist salentina dotata di una splendida voce: intriso di vocalità etnica e di un intenso pathos. Meno sorprendente invece l'incontro fra le Faraulla e il Medicine Man.
Anche la versione di Spain - un classico del repertorio di Bobby McFerrin - suonata da tutti gli strumentisti ha raggiunto un alto livello di partecipazione emotiva e una discreta precisione, come a voler dimostrare che qualche prova in più avrebbe giovato parecchio al livello complessivo dell'esibizione. Ma tant'è. Il concerto si conclude e si conserva il ricordo di un grande artista, come sempre generosissimo, che, nonostante le difficoltà e la rapidità con cui il tutto è stato messo su, ha dato vita a un concerto che a tratti ha impressionato - per la qualità delle risorse artistiche disposte in campo - ma che purtroppo non è riuscito ad accompagnare l'ascoltatore verso momenti di enfasi emotiva realmente indimenticabili. Ed è un vero peccato soprattutto perché, come tutti sanno, Bobby McFerrin è perfettamente in grado di farlo.
Gianpaolo Chiriacò



