Dopo i successi raccolti in trio con Historicity, uscito lo scorso anno e nominato ai Grammy come miglior album di jazz strumentale 2010; dopo aver prodotto un sacco di ottima musica in varie formazioni (tredici album, dal '95 a oggi, tra quelli a suo nome e quelli come co-leader), il pianista indiano-americano Vijay Iyer (laureato in fisica a Yale, fresco di nomina come musicista dell'anno per l'americana Jazz Journalists Association) si mette, finalmente, a nudo in un disco di piano solo, raccontando con voce intima, lirica, profondissima il suo universo sonoro. E lo fa, come scrive nelle note del cd, passando attraverso una sorta di autoscopia, quell'esperienza sensoriale fuori dal corpo, che spesso capita a chi fa musica e assai più spesso a chi affronta un viaggio in solitaria col proprio strumento. Cinque composizioni originali che lo illuminano come uno dei compositori più intelligenti e innovativi della scena contemporanea tanto dal punto di vista della scrittura quanto da quello improvvisativo (si ascolti, per tutte, Autoscopy, appunto) e sei perle che omaggiano Duke Ellington (Black & Tan Fantasy e Fleurette Africaine), Thelonious Monk (Epistrophy), Steve Coleman (Games), ma anche quegli immensi, visionari compositori come Andrew Hill, Sun Ra, Cecil Taylor che hanno costruito e influenzato le basi della sua musica. Gran disco.
Lori Albanese



