Geniale. Era geniale ai tempi di Trumans Water, quando incarnava l’avanguardia lo-fi degli anni 90, ed è geniale adesso, che prosegue nella sua destrutturazione-contaminazione della canzone rock, travestita da personale esperienza mistica. So parlando di Greg Galloway, qui ribattezzato Greg Galaxy per i Soul-Junk, che partendo dal titolo 1950, in un percorso di 13 anni e 11 album, arriva oggi a 1960. Sul fil-rouge della sua conversione al Cristianesimo (i testi sono biblici, ma c’è poca retorica), Galaxy ripropone un lungo lavoro fatto di 22 brani ed infinite suggestioni. Tanto power-pop, confessioni folk, incursioni hard-rock, momenti crossover (Saturn Ring, Hangtime che quasi scimmiotta i Deftones), episodi più “regolari” che rimandano a Sebadoh e Afghan Whigs (la splendida ballata Forever O Lord), uno strambo hip-hop per fischi e xilofono (Ahasuerus), citazioni Sonic Youth (Sweeter Than Honey), duetti folk psichedelici (Zizzer), numeri incatalogabili e la cavalcata noise Teeth, trascinata da un cantato alla Donald Fagen, che si perde in elucubrazioni jazz-prog. Tanta urgenza creativa, poca maniera.
Tobia D’Onofrio



