L'industria discografica è alle pezze, l'Olimpo dell'hip-hop è diventato un puttanaio pieno di cafoni e sgallettate e - attenzione, please! - Kanye West tira fuori dal cilindro un signor disco. Il quinto della sua carriera, oppure il primo di una (si spera) nuova età della black music. Andando indietro nel tempo, solo il Prince di Sign o' the Times (1987) e i Public Enemy di Fear of a Black Planet (1990) erano riusciti a stupirci con lavori in grado di far drizzare le orecchie a tutti. Kanye osa l'impossibile: oltre alle orecchie, pensa a solleticare anche tutte le altre zone erogene più o meno menzionabili. Questo disco è sexy. Questo disco è black. Questo disco è rock. Questo disco è elettronico. Perché il diavolaccio di Atlanta serve una ricetta condita con i King Crimson e Aphex Twin, cantata/suonata/campionata insieme a un cast spaventoso (Rihanna, Nicki Minaj, Jay Z, RZA e Raekown, il cantautore Bon Iver e... Elton John...). Roba tosta. Roba tribalpsicbluesenonsochealtro. Amore e politica (i Bush lo odiavano, pure Obama avrà gli incubi); confessioni a cuore aperto e mutande calate di una star talmente egocentrica da essere diventata indifendibile. Ma qui è la musica a parlare, e Kanye mette al tappeto tutti, poco ma sicuro. Ascoltatevi Gorgeous e ditemi se i Red Hot Chili Peppers non venderebbero l'anima per pochi spiccioli in cambio di un pezzo come questo. Poi svegliatevi con la botta di adrenalina di Power, fatevi un esame di coscienza con Monster, andate in estasi con Blame game. Forse non tutto è perduto. Forse riusciremo a ballare sulle tombe di tutti gli stronzi passati per X Factor. Kanye West ha riacceso la speranza.
Nino G. D'Attis



