
Arrivati all'atteso traguardo del secondo album, i celebrati Fleet Foxes scelgono di sedere comodamente sulle atmosfere pastorali e i cori west-coast dell'esordio. La loro concezione del folk, per quanto elaborata e barocca, si rifà ai menestrelli, ai tamburelli, alle danze di quel Medioevo di Bruguel scelto come copertina del primo album. Gli arrangiamenti sono spesso brillanti e complessi, dunque è necessario un po' di tempo per assimilare le canzoni. Qui ci si lascia trasportare dal flauto di Bitter Dancer, dall'acustica galoppante di Helplessness Blues, dalla minimale confessione Blue Spotted Tail che omaggia Paul Simon. Dagli strimpelli di The Cascades che uniscono Rinascimento e tinte del Mediterraneo, o dalla conclusiva Grown Ocean che conclude al galoppo, con sferzate di chitarra acustica e arabeschi vocali che gonfiano e sgonfiano la canzone. Purtroppo però, fatta eccezione per gli otto minuti di The Shine, che culminano con una dolorosa estasi graffiata dal sax, siamo di fronte a un'opera un po' meno audace che dispiace considerare "minore", visto il talento melodico non comune e l'elevata grazia di scrittura. L'album è molto bello, ma mancano la visionarietà e l'eclettismo che caratterizzano l'impeccabile scaletta dell'esordio.
Tobia D'Onofrio



