| LA CHITARRA INCORNICIATA | ||||
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www.johnnycharlton.com; è stato messo online da pochi giorni il sito Internet dedicato dai suoi estimatori all’artista londinese Johnny Charlton. Quanti conoscono e hanno negli occhi, le sognanti atmosfere dell’eclettico maestro Mino Maccari non potranno far a meno di notare la continuità artistica con l’opera di Johnny Charlton, la stessa sensibilità cromatica. Entrambi questi artisti fanno un uso sapiente del colore e della luce. E’ la luce la vera ossessione delle opere di J.C. Un colore vivo, lucente, e saturo, dove la rifrazione viene, esalta dall’impiego della foglia d’oro. Maccari e Charlton condividono la stessa concezione iconografica, il tratto delle forme sono elaborate e gli spazi sfuggenti, ma soprattutto entrambi sposano un’intima concezione iconologica: l’uso sapiente dell’ironia come chiave interpretativa della società. Maccari ci ha congegnato un’importante lezione sulla concezione sul “tempo” che ha vissuto, ha saputo ironizzare fortemente con la sua realtà umana, il ventennio prima, la lotta sociale poi. Senza mai snaturandosi, neppure negli anni del “rampantismo”. L’arte semplice del buon umore. Gli anni di sodalizio fra Maccari e Charlton furono ricchi di frequentazioni. Tra queste, Giorgio De Chirico, Renato Guttuso e Mario Schifano.
Johnny ha vissuto il fascino di “questa” concezione spirituale che fermentava nella Capitale, maturando una personalissima esperienza stilistica e concettuale. E’ un artista che affascina perché sa incuriosire l’osservatore offrendogli diverse chiavi interpretative della propria visione artistica. L’ironia dell’uomo che sogna ad occhi aperti. J.C. è capace di ironizzare anche su elementi soggettivamente importanti. Pone all’interno di una cornice l’oggetto a lui più caro e che, forse, meglio rappresenta la sua giovinezza anagrafica, la sua mitica chitarra. Quella a forma di freccia, resa famosa da “The Rokes”, il suo gruppo. Una chitarra (anche nota con il nome di: "Eko Rokes”) che ha una sua precisa dignità, è un oggetto che sarebbe riduttivo liquidare con il semplice nome di chitarra, è molto di più, è un “segno” al servizio della musica. Questa “freccia” avrebbe meritato un saggio semiotico di Roland Barthes. Il linguaggio dell’opera pittorica di J.C. è particolarmente ricco di segni grafici, netti, fusi tra loro per mezzo della luce. Sono lavori che vivono in uno spazio proprio, hanno una loro dimensione, occupo del volume. Al buio la “visione” di J.C. si trasforma in un’esperienza tattile. Sono questi elementi a giustificare l’idea che l’arte di Charlton sia rivolta a una ricerca sensoriale. Una ricerca che a Pasadena in California definirebbero: Beat Art. Non possiamo quindi sottovalutare che Johnny è un figlio prediletto del BEAT! Questa parola inglese dal suono così risoluto ha, di fatto, un significato enorme. Nella nostra lingua il termine Beat ha una coscienza espressiva “viva” e “dinamica”, solitamente è tradotto con il significante di “ritmo” o di “battito” scordando che le parole hanno un’anima. L’anima intima del Beat è nella “beatitudine” (Beat-itude), una dimensione di estesi, dove perseguire la salvezza ascetica propria dello spiritualismo Zen. Un significato interessante… I luoghi immaginati da Charlton sono colmi di spiritualità, non hanno una geografia precisa sono “luoghi della coscienza”, uno spazio concesso alla memoria e all’inconscio.
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