IL RACCONTO DELLA VITA ALL' ILVA DI TARANTO
Giovedì 26 Maggio 2011 11:12    PDF Stampa E-mail
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Domenica 26 e lunedì 27 maggio a Ravenna ci sarà la presentazione di "Invisibili - vivere e morire all'Ilva di Taranto" di Fulvio Colucci e Giuse Almennao, un giornalista e un operaio-scrittore descrivono la vita dell’acciaieria Ilva di Taranto. I sogni, le paure e le aspirazione degli operai di oggi in una delle acciaierie più grandi d’Europa.

Il programma della manifestazione in cui verrà presentato il libro, avrà inizio giovedì alle ore 17 e prevede: per “Incontro con gli autori”, Luigi Dadina in “Narrazioni della pianura” sul tema dell’Anic e della tradizione operaia a Ravenna. A seguire "Storie dal petrolchimico", presentazione del libro “Morti di sonno” di Davide Reviati. "Canti del lavoro" di Gianluigi Tartaull in Piazza Marsala alle ore 18,15 con l' introduzione David Riondino. Il confronto “Fabbrica e sindacato oggi” con Susanna Camusso segretaria generale della Cgil, Stefano Musso, direttore Ismel di Torino e docente all’Università di Torino, Massimo Mascini giornalista de “Il Sole 24 Ore” e direttore de “Il diario del lavoro”.
In serata al Teatro Socjale di Piangipane dopo l'aperativo “Socjale”  si terrà la presentazione del libro “Invisibili – Vivere e morire all’Ilva di Taranto”.
A seguire la proiezione e l'incontro con il regista di “Anni duri” Gian Vittorio Baldi, in collaborazione con l’Archivio nazionale degli audiovisivi della Rai Teche. Al termine del film appuntamento con i cappelletti del Teatro Socjale.
Venerdì in Piazza Marsala alle ore 10.00 gli autori di “Invisibili – vivere e morire all’Ilva di Taranto” (Kurumuny) incontreranno gli studenti dell' Istituto Professionale Strocchi di Faenza.

"Non molto tempo fa gli operai dell’allora Italsider vennero chiamati metalmezzadri. Era la generazione dei Cipputi, dei sindacati e degli scioperi che paralizzavano la produzione, della terra o del mare da coltivare, dopo il turno. L’Italsider non c’è più. C’è l’Ilva. Una nuova fabbrica con un nuovo nome e nuove regole, ma soprattutto una nuova generazione. Una generazione che sogna la grossa vincita al gratta e vinci o al massimo la divisa da carabiniere. Per i nuovi operai dell’Ilva, divisi in normalisti e turnisti, il sindacato è lontano; al suo posto ci sono i tornei di calcetto aziendali che favoriscono la comunicazione, ma non troppo. Rimane la paura di non tornare più a casa e i santi a cui affidarsi, una volta custoditi nei portafogli ora immagini su cellulari. Le immagini dei santi si affiancano a quelle delle mogli, dei figli e delle famiglie e di loro è tutto quello che oltrepassa i tornelli dell’Ilva. La vita scandita dai turni. Tra la fabbrica e la vita fuori, lo spogliatoio dove si svestono i panni civili e si indossa la tuta da operai. Perché l’Ilva è anche volti stanchi, epopea di pendolari, famiglie e figli, doveri e rancori, solidarietà e silenzi, verità e menzogne. L’Ilva è carne viva, metafora di una condizione universale, piccolo spaccato di mondo. Una fabbrica non soltanto di acciaio ma di storia e storie. E sullo sfondo una città lontana assente, dai contorni sfumati come fosse di sabbia, la stessa sabbia che si indurisce nel naso e lo fa sanguinare. Invisibili di Fulvio Colucci e Giuse Alemanno è un lavoro a quattro mani che raccoglie e racconta storie di uomini la cui vita è indissolubilmente legata al lavoro, sospesa in aria come il braccio di una gru, operai del più grande stabilimento siderurgico d’Europa, l’Ilva di Taranto. Ma è anche il racconto delle contraddizioni di una città intera, sparsa su 2600 ettari di cui l’Ilva occupa 1600: facile capire chi comanda e chi dà da mangiare ai tarantini, più difficile è capire perché accade che dei bambini, come quelli di Taranto, siano in trincea per una guerra impari contro un nemico subdolo e imprevedibile, l’inquinamento. Il ricatto occupazionale e il sentirsi colpevoli di lavorare. Questo è uno dei pregi di Invisibili, la narrazione di un’umanità divisa fra la necessità e il rifiuto, la psicologia di chi ogni giorno passa quei cancelli aspettando il momento di uscirne, il malessere di chi sa che non può farne a meno pur essendone sempre tentato".
 

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