| Arab Sheep | ||||
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Seconda tappa del nostro viaggio alla scoperta del panorama indipendente italiano, questo mese è il turno di Arab Sheep, etichetta Friuliana che ci ha conquistato per l'eleganza estetica e musicale delle sue produzioni. Ci racconti un po' la vostra storia? L'Arab Sheep nasce come la maggior parte delle piccole realtà indie. Con gente che fa musica scontenta di rimanere nel solito agglomerato locale fatto di musicisti che vanno ad ascoltare altri musicisti, a rotazione. Gente scontenta che decide di smettere di essere scontenta e di darsi da fare. Tutto è nato intorno al primo progetto, i Lefty Lucy, attorno al quale si riunivano gran parte delle menti ma più che altro dovremmo dire delle braccia dell'Arab Sheep, intorno all'anno due-volte-mille ci siamo trovati ad affrontare la spinosa questione della produzione di un disco, questione che si riassume in una semplice domanda: Qui prodest? A chi giova? Eppure (questa è stata la riflessione fondamentale) non solo l'ambiente friulano è ricco e stimolante dal punto di vista della produzione musicale e sarebbe pronto per farsi apprezzare anche fuori dai confini regionali (qualche esempio lo hanno dato nostri conterranei come il Musiche Furlane Fuarte e la Riot Maker). Mancava una forma da dare a tutte queste cose. Ed un coordinamento, che è poi la cosa più difficile. Da qui l'idea di fondare un'associazione culturale, cosa che effettivamente avviene nel 2004. Il secondo gruppo che cresce nel gregge sono i ClevisHat, è però con il disco di FrancescaLuzzi che siamo finalmente riusciti a rodare l'impianto ArabSheep in maniera convincente e produttiva ed a sentirci pronti per pensare ad altri progetti. Quale è l'indirizzo artistico, se uno ce n'è, della vostra etichetta? Non c'è assolutamente. Lo scopo della nostra associazione è alla fine dare una testimonianza di piccole-grandi cose che altrimenti verrebbero ignorate o spazzate via. Certo, ci sono delle condizioni determinanti: prima tra tutte, diffidiamo di chi suona perché gli piace l'idea di far parte del grande circo e non perché abbia effettivamente qualcosa da dire. Ultimamente va di moda questa espressione: sentire l'urgenza di scrivere e fare musica. Che è molto teatrale, come cosa da dire... però è vera: la musica è passione, parola che nella lingua dei tempi di Asterix aveva anche un'accezione negativa, "sofferenza". In questo senso... noi cerchiamo persone che stanno male se non scrivono e non suonano, perché dentro di sé sanno che non suono buoni a fare altro e che quello devono fare! Che tipo di diffusione ha il vostro materiale, come si può trovare, acquistare? Finora abbiamo contato solo sui negozi underground, gli unici aperti alla vendita di materiale proveniente da distributori... singoli! Ovviamente, c'è anche il discorso della vendita on-line, che funziona sempre, ma purtroppo solo con chi ama "cercarsi" la musica a ascoltare e spende tempo a spulciare in rete tra le novità inedite. Vi considerate fuori dal mercato o parte di un circuito? Al momento in realtà niente di tutto ciò, ancora ci sentiamo un po' come delle matricole che si stanno avventurando nel campus. Ma sicuramente, se riuscissimo a mettere in atto anche solo parte di quello che abbiamo in testa, sarei per la seconda opzione: produrre la propria musica e farla conoscere al pubblico (tramite internet, le riviste di musica e quant'altro), suonare in giro per l'Italia, aprire contatti e collaborazioni con altre persone del circuito... penso siano gli obiettivi di tutte le realtà indipendenti italiane, che paradossalmente dimostrano maggiore lungimiranza e a volte incontrano anche più fortuna di tanti operatori del mercato discografico tradizionale. Quale è il vostro parere sui colleghi e sulla scena indie più in generale, in Italia. Negli ultimi anni la scena indie sta risvegliando molto interesse, ma la cosa veramente nuova è che fa molto più rumore di una volta: qualcuno dice che è perché la musica di mercato è in crisi perciò si comincia a guardare in basso, per cercare il nuovo o semplicemente qualcosa che funziona senza bisogno di soldini da investire. Sta di fatto che anche in Italia finalmente la scena indipendente ha una sua dignità. Una sensazione che talvolta abbiamo provato anche sulla nostra pelle: due settimane fa' siamo stati ospiti a Radio Uno e... ci siamo innanzitutto meravigliati del fatto che anche una radio di stato avesse sentito l'eco delle piccole produzioni e comunque stupiti dell'interesse di un "colosso istituzionale" verso la musica indipendente. Credo che il merito stia nell'impegno di chi in tutti questi anni, anche sotto la prospettiva del "guadagno zero", si è messo in gioco. Parlare di "colleghi" forse è un po' troppo, e non per falsa modestia ma perché ci sentiamo veramente ai primi passi... comunque apprezziamo molto la linea d'azione di etichette come la Wallace Records o la Snowdonia, a loro va il merito di aver sempre puntato su un'originalità che non è fine a sé stessa. Ci parli un po' delle vostre produzioni? I "padri pellegrini" della nostra associazione sono i LeftyLucy: la scrittura e l'impatto richiamano l'arietta scozzese (Delgados, Belle&Sebastian) ed il post-rock americano, stanno a metà tra acustico ed elettrico. Seguono la parabola della canzone d'autore italiana riscrivendola a modo loro, per una perfetta commistione tra cantautorato e suoni ricercati. Poi ci sono i ClevisHat, costola del braccio sonico di Marco (tastierista dei Lefty nonché tra i padri fondatori dell'ArabSheep). Qui siamo sul fronte dell'indie-rock elettronico ad alto potere evocativo, quasi "cinematografico". Un quadro di fotogrammi metropolitani con sfondo vagamente noìr. Fiore all'occhiello dell'ArabSheep: miss FRLuzzi, la degna risposta italiana alla campagna Quietisthenewloud dei Re Della Convenienza. Voce scarna e delicata per una manciata di canzoni dotate di un naturale gusto per la misura e di leggerezza solare, tra l'indie-pop ed il folk con un pizzico di bossanova. Ultima novità in anticipazione: i Belladonna, un progetto vagamente etichettabile nello scaffale del garage con sprazzi di psichedelia. "I Braniac", "il fuzz nelle sue applicazioni" ed "l'universo come muro di suono" sono le materie d'esame della "school of rock" di questo geniale progetto. Se ne vedranno delle belle, insomma... E cosa altro ti piace, se c'è, in Italia? Ci piacciono tante cose... qualche nome: Cristina Donà, gli OfflagaDiscoPax (con cui Gaetano ha spesso a che fare), i Perturbazione, o ancora... Zen Circus e i Midwest. Da poco abbiamo scoperto anche i bravissimi Studio Davoli (Records Kick). Che altro? I friulanissimi e pigrissimi Prorastar! Osvaldo Piliego
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