MANNARINO
Scritto da Lucio Lussi    Mercoledì 06 Aprile 2011 10:47    PDF Stampa E-mail
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Dopo due anni di concerti, Alessandro Mannarino è tornato con il secondo album, Supersantos, una perla musicale sorprendente ed esplosiva. E le vendite lo confermano. Lo abbiamo intervistato e abbiamo scoperto che, da buon erede di Trilussa, ce l'ha a morte con la mediocrità dei potenti.

Cosa è successo tra il Bar della Rabbia e Supersantos?
Ho fatto tanti concerti e poi sono stato impegnato nella registrazione del nuovo album. Ho preferito fare un lavoro diverso rispetto al Bar della Rabbia, che era una specie di best of con pezzi orecchiabili e diretti.

In che modo sono nate le tracce di Supersantos? Prima i testi o prima la musica?
A volte prima i testi, a volte prima la musica, a volte insieme. In questo album ho fatto molta attenzione ai testi e questo mi ha concesso tante opportunità. A volte può essere debilitante per i testi partire dalla melodia.

Quello che ho notato ascoltando Supersantos è una maggiore maturità rispetto al primo album e una certa evoluzione della scrittura.
Grazie! Delle canzoni del genere c'erano anche nel Bar della Rabbia, come Le cose perdute. In questo disco sono stato più libero e la libertà ha fatto molto bene alla scrittura. Bar della Rabbia era il mio primo disco e ho cercato di metterci dentro tutte le cose che erano più forti e in grado di "arrivare" facilmente, ma ho scritto i testi dell'album tra i 20 e i 29 anni. Supersantos, invece, è stato scritto a 30 anni ed è inevitabile che i pezzi siano più maturi.

Almeno in due canzoni c'è il termine paura. Cosa ti fa davvero paura?
La morte, anche quella da vivi, e l'assentarsi. Mi fanno paura quelle mattine in cui ti svegli e cammini come uno zombie e senti un vuoto dentro. E poi mi fa paura il cielo nero della sovrastruttura che ci schiaccia e ci mette in fila, uccidendoci o rendendoci meno vitali.

Hai scritto un pezzo che si chiama Svegliatevi italiani, secondo te gli italiani si sono svegliati?
Se prima eravamo in un sonno profondo adesso ci stiamo per svegliare. Durante il sonno i sensi vanno in stand by e non si sente alcun dolore. Entriamo in un sistema che ci impedisce di essere ricettivi o di farci del male. Adesso, invece, siamo in quel momento in cui il corpo si risveglia, comincia a muoversi e a sentire nuovamente il dolore. Il torpore di qualche anno fa è solo un ricordo, anche perché viviamo una situazione ancora più triste.

In questo album quali generi hai mischiato?
Sono stato molto libero. Mi viene in mente l'immagine del cuoco che cucina e annusa contemporaneamente vari odori e a intuito dice "queste spezie vanno bene, ora aggiungo un po' di olio, e poi due pomodorini". La preparazione dell'album è stato un navigare a vista, non sono partito dall'idea di mischiare vari generi. Sono stato influenzato anche dagli ultimi ascolti che ho fatto: suoni composti con la musette (la cornamusa francese), o la musica da balera francese e la manouche. Intanto continuo ad ascoltare chitarre e ritmi boliviani.

Come mai nell'album ci sono due serenate?
Una è lacrimosa e una è silenziosa. Sono due serenate tristi e in realtà non sono nemmeno serenate. I titoli di solito vengono da soli, e poi metterli è una cosa molto strana. Serenata lacrimosa è cantata sui gradini della chiesa ed è condivisa, infatti c'è un coro. Serenata silenziosa, invece, è cantata sottovoce in totale solitudine a casa. Le ho chiamate nello stesso modo perché la differenza tra questi due brani coglie un po' l'anima del disco: l'intimità e la condivisione. Si passa dalla sofferenza ad una ricerca del senso della propria vita, a volte intimo e a volte collettivo.

Come mai hai scelto proprio Scordia in provincia di Catania per registrare Supersantos?
Perché c'è una buona sala di registrazione, e poi perché quasi tutti i musicisti con cui suono sono di Scordia (il batterista, il trombonista...), il contrabbassista, invece, è di Catania e Tony Canto, il mio produttore, è di Messina.

A chi dedichi il tuo successo?
Lo dedico a tutte le persone che mi hanno detto no.

Quanto ci avevi creduto?
Tantissimo, forse anche troppo, ma sin dall'inizio sono stato convinto di quello che facevo.

Oltre a Roma quale città senti tua?
Bella domanda. Qualche tempo fa sono stato a Marrakech, ma non posso dire che si tratti della mia città ideale. Anche Lecce è un posto fantastico e in Salento ci vengo ogni estate in vacanza. Ma da qui ad affermare che si tratti di un posto che sento mio ce ne vuole. Forse l'unica città che sento mia è la città che sogno a volte di notte, non so dove sia né come si chiami, ma c'è una luce bellissima.

In che modo vivi la capitale?
A testa bassa.

Con paura?
Si, con paura. Ho un carattere in parte schivo, ma divento aperto e spontaneo con gli estranei, con chi non mi conosce e non sa che faccio questo lavoro. Poi quando mi capita di essere fermato per strada, o mi sento guardato, mi intimidisco e abbasso la testa. La paura è quella dell'esposizione.

Qualcuno "si allarga", vero?
Non è proprio questo il punto, cominciando anche dalla gente che mi vuole bene e da chi lavora con me, cominciano tutti a dirmi sempre di si o a idealizzarmi.

E pensi che tutto questo sia poco sincero?
Si, a volte si, ma anche una risata dopo una battuta, sembra quasi che si debba ridere per forza perché la battuta l'ho fatta io. Vorrei essere trattato come una persona normale da chi lavora con me, da chi mi sta vicino, da chi conosco. Ecco perché preferisco frequentare estranei e persone che non mi conoscono, perché secondo me si tende ad avere un determinato comportamento per convenienza o per idealizzazione. Io sono una persona semplice, mi piace guardare le persone negli occhi, e mi piace essere guardato negli occhi per quello che sono nel profondo. Ci tengo alla mia umanità e non mi va di impazzire e diventare un pallone gonfiato o un pavone.

Apprezzi qualcuno dei politici attuali?
Nessuno. Nemmeno Vendola, perché non ha il coraggio di andare in fondo. Ad esempio, è possibile che oggi per candidarsi alla presidenza del Consiglio con il centrosinistra sia indispensabile il voto dei cattolici? Se Vendola si professa cattolico pur non essendolo, perché altrimenti la nonnina non lo vota, a me non piace. Credo di essere materialista, comunista e laico. Secondo me il Vaticano e la Chiesa sono delle ingerenze moleste e delle metastasi nella politica, nell'informazione, nella Pubblica Amministrazione. È un potere sporco che va combattuto. Se un uomo politico di sinistra si assumerà la responsabilità di affermare questi concetti avrà la mia stima.
Lucio Lussi
 

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