ROBERTO CURTI: E IL CINEMA DIVENTÒ MUSICA
Scritto da osvaldo piliego    Martedì 05 Aprile 2011 17:54    PDF Stampa E-mail
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In questo nostro viaggio alla scoperta della liaison amoureuse tra cinema, immagini e musica non potevamo non parlare con Roberto Curti giornalista che collabora con il dizionario Mereghetti, Blow Up e Nocturno Cinema. Ha pubblicato diversi libri tra cui Rock-o-rama (Tuttle edizioni) volume che percorre le varie contaminazioni tra rock e cinema. Una guida utile non solo per capire e approfondire alcune delle pellicole più vivide nel nostro immaginario ma anche per scoprirne di nuove e inedite.

In quanti modi e in quali forme il rock diventa film o interviene nell'universo cinematografico? Quanti "generi" riconosci?
Per inquadrarli meglio, permettimi un breve (spero) excursus storico. Inizialmente il cinema si appropria del rock'n'roll come attrazione, utilizzata ancora ambiguamente in film degli anni '50 come Il seme della violenza, dove Rock Around the Clock è la colonna sonora di una vicenda di violenza giovanile. I primi divi del r'n'r come Elvis vanno a Hollywood e un po' si ammorbidiscono. Ma la prima vera rivoluzione arriva con i film di Richard Lester sui Beatles, Tutti per uno e Aiuto!: è il cinema che si piega alle icone pop e non viceversa. Un altro passo importante è il documentario, che poi diventerà film concerto. Ancora i Beatles protagonisti con lo storico documentario girato da Albert Maysles, poi tocca a Bob Dylan (Dont Look Back), ai Rolling Stones, l'evento Woodstock eccetera. I Settanta sono l'era delle opere rock, come Tommy, dei film concerto un po' pretenziosi come quelli dei Pink Floyd a Pompei e The Song Remains the Same, di ibridi folli come Il fantasma del palcoscenico di De Palma, che è un misto tra horror e musical rock... Con il punk va tutto di nuovo all'aria, con pellicole permeate di spirito ribellista e anarchico (Jubilee, il discusso The Great Rock'n'Roll Swindle, le pellicole legate alla no wave newyorchese) tanto nei contenuti quanto nella forma. E col punk nasce una generazione di cineasti molto interessanti (alcuni nomi: Julien Temple, Alex Cox, Amos Poe, Jim Jarmusch...) che nei loro film, anche non strettamente musicali, intrecceranno un rapporto strettissimo con la musica. Con gli '80 e il crescente business degli lp con le colonne sonore e la nascita di MTV assistiamo a un uso del rock come mezzo di marketing potentissimo (penso ai videoclip con immagini del film, es. il successo di The Breakfast Club anche grazie al popolarissimo pezzo dei Simple Minds, Don't You), e come presenza abituale nei film al punto da sorreggere la narrazione o reinventarla. C'è poi il biopic, genere vecchio come il cinema, che negli ultimi anni si è dedicato spesso a icone rock (Darby Crash, Ian Curtis, la scena di Manchester, Dylan, Lennon ecc.ecc.). E oltre a ciò, vi sono registi come Jarmusch, Jonathan Demme, lo stesso Martin Scorsese che si dividono tra cinema narrativo e documentari rock, artisti che diventano registi di se stessi come Neil Young o Prince, film d'animazione, documentari celebrativi o commemorativi, finti documentari, addirittura ibridi come 9 songs di Winterbottom, che è in sostanza un film concerto intervallato da scene hard non simulate... Insomma, il rock al cinema è ormai un universo nell'universo.

altLa musica è parte integrante di tutti i film ma a volte è come se oltrepassasse un confine diventando protagonista della pellicola e più potente forse delle immagini. Cosa ne pensi?
Certo, penso ai brani di Morricone per Leone, o all'uso straordinario che Kubrick fa di composizioni classiche come il valzer di Strauss che accompagna le evoluzioni delle astronavi in 2001. La musica dona alle immagini un che di trascendente, fa sì che esse si imprimano a fondo nella memoria, e talvolta le carica di ulteriori significati. Non è un discorso che vale solo per le colonne sonore di grandi compositori. Con un regista in grado di valorizzarlo, anche un pezzo rock diventa quel qualcosa in più che rende una buona scena un momento indimenticabile. Tre esempi sparsi: Won't Get Fooled Again degli Who utilizzata da Spike Lee in S.O.S.-Summer of Sam, Needle in the Hay di Elliott Smith nella scena del tentato suicidio di Luke Wilson nei Tenenbaum di Wes Anderson e il drone degli Earth nell'ultimo film di Jarmusch The Limits of Control.

A volte invece alcune rock star entrano nel cinema con dei piccoli cammei in cui magari suonano un brano. Quali ricordi come i più significativi?
Un cammeo che amo molto è quello di Joe Strummer, che in Ho affittato un killer di Aki Kaurismaki suona Burning Lights in un bar, accompagnandosi con la chitarra. È molto simpatica l'apparizione di Bruce Springsteen in Alta fedeltà, come spirito guida del protagonista John Cusack: peccato che nella versione italiana abbiano doppiato il Boss. Una bestemmia! E poi c'è quel capolavoro di The Blues Brothers, che è un fuoco di fila di apparizioni di grandi bluesmen e artisti soul...

Il cinema diventa molto spesso documentario che racconta il rock. Un modo per consegnare alla storia figure, momenti, grandi concerti. Quali sono i tuoi preferiti e perché?
Amo molto Dont Look Back (1967) di Pennebaker, che segue la tournee londinese di Dylan nel suo periodo di maggior fulgore. È un documentario non certo celebrativo, all'insegna del realismo più assoluto: Dylan è scostante, antipatico, circondato dal caos e da loschi figuri. Però Pennebaker ne coglie la genialità: c'è una scena da brividi in cui Dylan e Donovan strimpellano insieme in una stanza d'albergo. Donovan, all'epoca famosissimo in Uk, fa sentire a Dylan una delle sue canzoni, Dylan lo ascolta, gli dice "bravo". Poi prende la chitarra e suona un pezzo nuovo, It's All Over Now, Baby Blue. E negli occhi di Donovan vedi la consapevolezza di essere di fronte a un genio e al tempo stesso la coscienza della propria mediocrità.
Un altro documentario eccezionale è Gimme Shelter, del 1970, che doveva essere una celebrazione dei Rolling Stones impegnati in un mega concerto ad Altamont, la loro risposta a Woodstock. Solo che l'organizzazione è un disastro, e come servizio d'ordine vengono ingaggiati gli Hell's Angels, che cercano la rissa col pubblico. E alla terza canzone, mentre Jagger canta Under My Thumb, ci scappa il morto. Un tizio viene accoltellato proprio davanti al palco, e la cinepresa coglie quell'attimo. È la fine di un'era, il mito del peace & love si dissolve, e il cinema lo registra implacabile.

Ci sono poi i film con le canzoni che vedono rock o pop star improvvisarsi attori. Film in cui le storie sono la cornice in cui inserire i brani degli artisti come videoclip. Come nasce il fenomeno e come si sviluppa?
Uno dei primissimi esempi è Gangster cerca moglie (1956), una divertente commedia dove le esibizioni di Gene Vincent, Little Richard e altri punteggiano la vicenda. Anche i film con Elvis (come Il delinquente del rock and roll) seguono uno schema simile, e la sequenza in cui il Re canta Jailhouse Rock è già un video clip ante litteram. Poi, come detto, arrivarono i Beatles... ma ci sono anche esempi bizzarri come Sadismo (1970) di Donald Cammell e Nicolas Roeg, che è la storia di un gangster che si rifugia in casa di una rockstar (Mick Jagger), dando vita a uno strano rapporto: un film sperimentale e ostico, che contiene una sequenza allucinatoria in cui Mick Jagger canta Memo from Turner, che è un vero e proprio videoclip. E gli esempi potrebbero continuare...

A proposito di videoclip. Alcuni sono veri e propri minifilm, altri vedono alla regia nomi importanti, altri grandi attori...
Qui entriamo in un altro universo, che comunque è permeabile con il cinema. Registi celebri si sono misurati con i video (anche se non sempre con successo: penso a Dancing in the Dark di Springsteen diretto da Brian De Palma, Fotoromanza della Nannini, di Michelangelo Antonioni) e viceversa nomi importanti si sono fatti le ossa con i video, da David Fincher a Mark Romanek a Michel Gondry, che ha diretto alcuni dei più bei video di sempre...

E poi ci sono i musical in cui oltre al canto e alla musica interviene la danza. Alcuni hanno segnato il costume e la società in modo dirompente. Cosa ne pensi?
Molto prima del rock, i musical hollywoodiani erano fenomeni di costume e straordinari esempi di invenzione formale (penso alle coreografie di Busby Berkeley). In più, molti musical teatrali sono stati portati sullo schermo: Jesus Christ Superstar, Hair, The Rocky Horror Picture Show... quest'ultimo un vero fenomeno di culto, con le proiezioni nei cinema trasformate in happening dove gli spettatori rifacevano quanto accadeva sullo schermo.

Da dove nasce l'idea del tuo libro?
Dall'amicizia con Stefano Isidoro Bianchi, direttore del mensile "Blow Up - rock e altre contaminazioni" a cui collaboro, e a sua volta grande appassionato di cinema. Una volta deciso di scrivere Rock-o-rama abbiamo capito che l'idea poteva funzionare anche per una rubrica fissa su cinema e rock all'interno della rivista, intitolata Blow Out, e caratterizzata da un approccio un po' anomalo. In quel preciso momento abbiamo capito che c'era anche parecchio materiale per un libro.

Oltre ad alcuni titoli celebri poni l'accento su pellicole quasi sconosciute. Ce ne citi qualcuno e ci spieghi il perché della tua scelta?
Mi divertiva l'idea di spiazzare e incuriosire il lettore, e al tempo stesso avevo voglia di parlare di film poco conosciuti eppure degni di interesse, e comunque significativi nell'ambito dell'analisi del rock in rapporto al cinema. E per fare tutto ciò, ho utilizzato una struttura a schede non più lunghe di due o tre pagine l'una, più agili e facili da leggere, con spazio all'aneddotica e ad annotazioni storiche e di costume. Un manuale da consultare con il sorriso sulle labbra piuttosto che una ponderosa trattazione saggistica. Dovevano essere 100 titoli, ne abbiamo lasciato uno in più. Come il macellaio che fa porzioni abbondanti e poi ti dice "Che faccio, lascio?". Con un'avvertenza: non è un libro sui "migliori" 101 film rock di ogni tempo. Tutt'altro. Ho voluto scrivere un libro che rispecchiasse i miei gusti (per cui, ad esempio, no a Jesus Christ Superstar, sì ai documentari sulla scena punk di L.A.), evitando però di mettere assieme solo "bei" film ma lasciando spazio anche a prodotti magari brutti ma comunque interessanti per i motivi di cui sopra. Alcuni titoli: The World's Greatest Sinner (1962), unica regia del caratterista Timothy Carey, storia di un predicatore-rockstar adorato come un Messia, che punta alla Casa Bianca; Orfeo 9 (1973) di Tito Schipa jr., prima opera rock italiana (e non solo) con Loredana Berté e Renato Zero; Kiss Phantoms (1978), il demenziale film con protagonisti i Kiss; Superstar: The Karen Carpenter Story (1987) di Todd Haynes, la storia della cantante pop morta per anoressia realizzata esclusivamente con bambole di Barbie e Ken, un film straordinario e sconvolgente; il giapponese Electric Dragon 80.000V (2001) di Sogo Ishii, la storia di un supereroe cyberpunk che si nutre di elettricità suonando la chitarra elettrica.

Mi segnali un titolo dagli anni 50 ad oggi?
Scelgo un titolo inusuale. Il finlandese Leningrad Cowboys Go America di Aki Kaurismaki, la storia di un improbabile, scalcagnato gruppo rock russo che, appunto, va in America a cercare fortuna. Divertentissimo e amarissimo, è un road movie surreale zeppo di musica, e anche una visione disincantata del Sogno americano visto dall'esterno.

Quale futuro immagini per il rock nel cinema?
Vorrei darti una risposta positiva, ma credo che il cinema stesso sia in forte crisi di idee, almeno quello di largo consumo. Gli spunti più interessanti oggi vengono da progetti indipendenti come Stingray Sam (2009) di Cory McAbee, che è un bizzarro serial musicale in sei puntate di dieci minuti l'una, pensato per essere visionato su schermi di ogni tipo. Nell'era di YouTube e della fruizione del cinema a spizzichi e bocconi, magari in viaggio, su un dispositivo tascabile, mi sembra un'idea geniale.
Osvaldo Piliego
 

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