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È uscito da poco ed è già un caso editoriale, di quelli nati dal basso, dove i social network giocano un ruolo centrale. Su Facebook è nato un gruppo per proporre Nina dei lupi al Premio Strega. Il suo autore, Alessandro Bertante, ha la consapevolezza di aver scritto un libro pregno di sensi e di significati che come dice Giuseppe Genna scava "pozzi artesiani letterari". Abbiamo rivolto ad Alessandro alcune domande.
Nina dei lupi è un libro potente, visionario e profetico. Lo scenario post-apocalittico, il rapporto tra un adulto e un bambino, le scene di violenza dissennata e selvaggia mi hanno fatto pensare immediatamente a The road di Cormac McCarthy, dal quale però il tuo romanzo si discosta notevolmente per una serie di tematiche. Quanto sei stato influenzato dal romanzo di McCarthy, e quali in generale sono le opere e gli autori a cui ti ispiri? Certo The road di Cormac McCarthy è stato un punto di riferimento importante ma più che per le tematiche per il modello di scrittura scarna ed essenziale che qui raggiunge il suo apice. Il suo è un viaggio nella catastrofe, in un mondo desertificato post disastro nucleare. Io non volevo dare vita a un immaginario del genere, secondo me abusato. Sono europeo e credo il nostro retaggio culturale sia più profondo e diversificato. Quello che mi interessava era pensare a uno scenario post apocalittico nel quella la natura fosse egemone e rigogliosa. E in questo contesto primitivo vedere mutare l'idea stessa di realtà da parte protagonisti che per affrontare i pericoli e le privazioni sono costretti a sviluppare una sensibilità e un linguaggio magico. E poi Nina dei lupi è un romanzo di attese, non di percorsi.
I personaggi femminili hanno quasi tutti un ruolo molto importante, anche quelli apparentemente secondari come la nonna di Nina (che però con il suo estremo sacrificio permette al mito di sopravvivere e crescere). E poi Diana, che mi sembra sia la vera portatrice di senso in un mondo che va alla deriva (in fondo è lei che costruisce il futuro della rinata comunità di Piedimulo). Nina, ovviamente, il mito. Ma anche Giovanna, Maria, perfino la zoppa, tutte le donne presenti nella storia in qualche modo influenzano gli eventi e costituiscono, coscientemente o incoscientemente una chiave di volta. Mi parli del ruolo della donna nella tua narrazione? Fino a Nina dei lupi il ruolo dei personaggi femminili nei miei romanzi è stato secondario, anche in modo colpevole. In questo lavoro diventa invece centrale. La figura chiave di questo cambiamento è Diana, e il suo antichissimo e simbolico nome lo testimonia. Lei è madre e protettrice ma come tutte le divinità dualistiche precedenti al cristianesimo incarna sia la funzione della fertilità che quella della distruzione. E sempre suo è il compito di elaborare il linguaggio magico, base dell'edificazione di una nuova società matriarcale. Il lavoro sulla religione antica dell'arco alpino in questo senso è stato fondamentale. Documentandomi sulle leggende e su ciò che resta delle ritualità pagane ho cercato di raggiungere il nocciolo mitico della nostra identità di occidentali, scoprendo figure fondamentali, si pensi ad esempio a Santa Brigida che vediamo arrivare a noi quasi invariata del neolitico, quando era una delle tante emanazioni della Grande Madre mediterranea, passando per la religione celtica, quella romana e infine quella cristiana.
Il tuo è un romanzo fortemente archetipico, ma c'è un personaggio, secondo te, che incarna pienamente il ruolo dell'eroe? L'eroe è Alessio, l'uomo dei lupi. L'ultimo rappresentate del vecchio mondo. Con lui finisce un'era. Lui incarna la forza e la tenacia. Ma anche la metropoli e il razionalismo. I predoni, la sua nemesi, fanno parte dello stesso mondo e la loro è una lotta, certo feroce e implacabili, ma fra creature tutto sommato simili.
Il sacrificio mi sembra uno dei sottotemi più presenti nel tuo romanzo... Il sacrificio è la premessa obbligata della rigenerazione. Sta alla base di ogni nuova fondazione umana.
Un altro sottotema è sicuramente la critica alla nostra società attuale, l'invito a pensare in modo ecologico. Ma quello che mi colpisce di più nel tuo romanzo è la presenza di un messaggio di speranza. Dove sta andando secondo te il mondo occidentale? Ci dirigiamo davvero verso la catastrofe (e quello che succede in Giappone in questi giorni ci dovrebbe fare riflettere)? Il mondo occidentale sta vivendo un momento di crisi molto grave. E questa è soprattutto una crisi identitaria. Non sappiamo più cosa significhi essere occidentali, quale proposta etica e culturale possiamo ancora da fare al mondo. Il nostro ciclo virtuoso ed espansivo sembra essere terminato, di conseguenza abbiamo perso o perderemo la centralità anche in tutti gli altri campi: economico, scientifico e in ultima istanza militare. Noi come italiani siamo all'avanguardia in questo processo di disgregazione, credo che questi anni saranno ricordati come i più volgari, insensati e decadenti della storia contemporanea. Ciò detto, non possiamo rinunciare alla speranza.
Leggendo Nina dei lupi ho provato a immaginarne la colonna sonora. Ma qual è stata, se c'è stata, la tua colonna sonora mentre lavoravi al romanzo? Io non mi immagino nessuna musica per Nina dei Lupi. Credo sia un romanzo di silenzi, dove potere ascoltare i messaggi che ti invia la natura. Invece quella che ho ascoltato io mentre scrivevo variava dalla New Wave alla musica rinascimentale e barocca.
Un'altra cosa che ho provato a immaginare è la fine senza speranza che farebbero in quella situazione gli abitanti di una pianura del Sud come quella dove vivo io. Hai provato a pensare alla tua storia in uno scenario geografico diverso? No, perché non sarebbe stato possibile l'isolamento in un luogo ostile. Per fare scaturire tutte le dinamiche di ricerca mitopoietica del romanzo di cui parlavo prima era necessario che i sopravvissuti fossero sempre a contatto con una natura più forte di loro, minacciosa, ostile e soprattutto sconosciuta. Un paesino di montagna separato al mondo da una frana mi sembrava perfetto. La pianura (nella quale io vivo, sia chiaro) è il luogo dell'orizzonte senza confine, non c'è fuga, non c'è separazione ma solo la possibilità della lotta, o del saccheggio indiscriminato, dipende se si vuole stare dalla parte dei predatori o delle vittime. Ma credo che in una situazione limite, le differenze non sarebbero così nette.
Tu sei molto presente sulla rete. Su Facebook è nato anche un gruppo per sostenere la tua candidatura allo Strega. Ma che cos'è il social network per uno scrittore, semplicemente una vetrina o (e mi sembra il caso tuo e di pochi altri) molto di più? In realtà non sono molto presente sulla rete. Non partecipo a dibattiti letterari (anzi me ne tengo molto lontano dato il livore e il rancore che talvolta esplodono incontrollati), non ho nessun blog e non scrivo su nessun portale. Certo ho una pagina di FB piuttosto trafficata. Sulla quale discuto con colleghi e amici ma è più un gioco che un reale impegno di critica militante. Il gruppo nato per sostenere Nina dei lupi allo Strega è opera di Teresa Ciabatti e Giuseppe Genna, che ringrazio. Hanno avuto una idea intelligente e inedita che ha aiutato molto il romanzo e che ha subito creato diverse imitazioni.
Come lavora Alessandro Bertante? Hai dei riti che compi quando ti metti a scrivere? Sostanzialmente lavoro al mattino. La sera troppe cose mi distraggono. Ma se prima non leggo il giornale non mi metto a scrivere. Ovunque io sia.
Un'ultima domanda sulla narrativa italiana contemporanea. Che cosa salveresti e che cosa sommergeresti? Credo che la letteratura italiana sia messa piuttosto bene e l'editoria sia messa molto male. Nelle dirigenze delle case editrici non c'è stato il necessario cambio generazionale. E si vede. Troppo spesso si cerca con ottusità il successo commerciale inseguendo di volta in volta il caso specifico di un autore che ha sfondato con il grande pubblico (che non a caso era peculiare) mettendo in moto dei processi mimetici talvolta demenziali. A livello contenutistico io credo che sia finita una stagione ben precisa: quella d'ironia come unico linguaggio, e quella del disimpegno.
Dario Goffredo
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