Bob Lind
Scritto da Giancarlo Susanna    Martedì 08 Luglio 2008 11:44    PDF Stampa E-mail
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Nostalgia della musica e dei suoni degli anni '60? Certo. Se fossimo inglesi o americani. Se avessimo potuto vivere una delle stagioni più creative del rock. Ma nostalgia dei gruppi beat italiani... suvvìa. Siamo seri. Mentre il mondo della musica era messo sottosopra da una schiera di giovani artisti di talento - primi fra tutti i Beatles - noi ci nutrivamo di (quasi sempre) scialbe versioni in lingua italiana. La recente e trombonesca operazione dei Pooh - ovvero come rovinare delle belle e innocenti canzoni - alcune amene sortite di Shel Shapiro, l'ex leader dei Rokes cui non nuocerebbe una cura di fosforo, e un'esaltata lode radiofonica di Se perdo anche te da parte del pur bravo Fiorello ("Ma chi l'ha scritta? Migliacci!") gettano una luce nuova e per molti versi ancor più sinistra sulla grande truffa del beat italiano. Sì, perché Se perdo anche te è Solitary Man di Neil Diamond. Mentre un altro successo di Gianni Morandi, Scende la pioggia è Eleanor dei Turtles. Altre vittime? I Procol Harum, i Mamas & Papas, Barry McGuire, i We Five, i Kinks, i Traffic, i Move, i Bee Gees, Sonny & Cher, i Monkees ... Per sfruttare l'onda delle "traduzioni" e tentare una difesa, ecco allora i Procol Harum con Il tuo diamante (Shine On Brightly), Nina Simone con Così ti amo (To Love Somebody) e perfino David Bowie con Ragazzo solo, ragazza sola (Space Oddity). Nella preziosa appendice all'Enciclopedia del Rock Italiano (Arcana, 1993) leggiamo tra l'altro: "(...) Quasi mille ("cover") ne abbiamo scovate tra le pieghe più polverose del bitt, e sappiamo per certo che in qualche caso neppure gli autori ne ricordano l'origine (...)". Spinti da un vero e proprio senso di giustizia mancata - nessuno, men che mai Shel Shapiro, lo ricorda - abbiamo cercato in rete Bob Lind. E sapete una cosa? Dopo 24 ore dall'invio di una mail, Mr. Lind ci ha risposto! Tornato sulle scene dopo una lunghissimo silenzio, Bob Lind è uno di quei cantautori che hanno fatto (e fanno) grande la popular music americana. Da noi è sempre stato poco conosciuto, ma nel "grande bluff" di cui abbiamo parlato fino ad ora spiccano due cover di canzoni scritte proprio da lui ed eseguite dai Rokes: Che colpa abbiamo noi (Cheryl's Goin'Home) e È la pioggia che va (Remember The Rain). Curioso, vero? E i suoi dischi, credeteci, sono bellissimi. Nato a Baltimora, in Maryland, nel 1942, Lind ha cominciato la sua carriera a Denver, in Colorado, ma il suo esordio discografico è avvenuto a Los Angeles con la produzione di Jack Nitzsche, compositore, autore di colonne sonore, musicista (con i Buffalo Springfield, i Crazy Horse e Neil Young) nonché arrangiatore prediletto di Phil Spector, Il successo di Elusive Butterfly, entrata di prepotenza nei Top 5 americani, ha finito, come talvolta accade, per impedirgli di seguire un percorso professionale lineare. La recente ristampa su cd dei due album prodotti da Nitzsche a metà anni '60 e di Since There Were Circles (1970) - in cui suonano due eroi del country rock californiano, l'ex Byrd Gene Clark e il banjoista Doug Dillard - lo ha finalmente riportato alla ribalta.

Che musica ascoltavi quando andavi a scuola?

Quando ero molto piccolo - a cinque o sei anni - ascoltavo Burl Ives e Gene Autry. Alcuni critici dicono di sentire tracce di Gene Autry nella mia voce. Poi ho scoperto il rhythm & blues - James Brown, i Platters, Bobby Bland. Mi piaceva anche il rock, Bo Diddley, Little Richard, Chuck Berry, Elvis Presley, Gene Vincent. Ma ho cominciatoa trovare la mia voce quando in America si è affermato il movimento del folk rock e ho sentito artisti pieni di soul che cantavano testi ricchi di significato con cuore e passione - Bob Gibson, Fred Neil, Richie Havens, Judy Collins, Bob Dylan e Joan Baez. In quel momento ho capito che avrei potuto crearmi un posto tutto mio nella musica.

Frequentavi i folk club di Denver?

È stato un periodo magico. Le notti erano piene di vita. Denver aveva una dozzina di coffeee houses e c'erano circa 50 artisti e gruppi che ci lavoravano regolarmente. Ci conoscevamo tutti e quando uno aveva una serata libera, andava a sentire un altro cantante. Tutti si dividevano accordi e modi di suonare. Nessuno era geloso di quello che conosceva. Così ognuno influenzava gli altri. La paga era terribile. I locali pagavano qualcosa come 10 o 15 dollari per tre set a serata. Ma per me era come una scuola. Ho imparato a esibirmi stando una sera dopo l'altra di fronte al pubblico e vedendo cosa funzionava e cosa no. Al principio cantavo soltanto canzoni di altri. Ma piano piano ho cominciato a inserire le mie canzoni nei miei show. Diventai presto conosciuto sia per le canzoni sia per il mio modo di cantare. Oggi ci sono più di 200 cover di mie canzoni».

Il tuo incontro con Jack Nitzsche è stato decisivo per la tua carriera.

Ho incontrato Jack nel 1965 nell'ufficio di Lenny Waronker alla Metric Music Publishing. La Metric mi aveva appena fatto firmare un contrattto e Jack stava cercando del materiale per alcuni dei gruppi che stava producendo. Lenny non pensava che i miei demo avessero abbastanza impatto e voleva che suonassi dal vivo le mie canzoni. Sapevo chi era Jack, naturalmente. Avevo anche una copia di Lonely Surfer. E pensai che tutta l'idea fosse stupida. Cosa avrebbe potuto sentire con la sua sensibilità melodica un arrangiatore brillante e colto nelle mie piccole canzoni folk? Entrò con quella valigetta che portava sempre con sé, i capelli lunghi da scienziato pazzo e gli occhiali spessi. Si sedette ad ascoltarmi mentre strimpellavo quattro o cinque pezzi e mi sorprese quando disse a Lenny: "Finalmente hai un autore onesto". Fin da principio Jack sentì nella mia musica qualcosa che io non sentivo. Non scelse nessuna di quelle canzoni per gli artisti che stava producendo, ma disse a Lenny che le mie cose gli piacevano. Lenny ne fece cenno ai Powers That Be alla World Pacific e loro scritturarono Jack per produrmi. Dopo che ebbe sentito tutte le mie canzoni mi disse: "Non penso che qui ci siano dei brani da classifica. Ma faremo un album molto bello". Non ho mai incontrato una persona più paziente. Io non leggevo la musica. Non sapevo neppure il nome degli accordi che facevo. Lui si sedeva al piano e diceva: "Suonami le note che fai". Io suonavo una nota alla volta e lui diceva, "Sì. Questo è un Do Maggiore settima" o quello che era. Il giorno e la notte prima delle session si barricò nel suo ufficio e scrisse quelle stupefacenti e meravigliose partiture, quelle commoventi linne di archi, e tutto il resto. Oggi, quando penso a lui, non riesco a dimenticare la sua pazienza e la sua generosità, oltre al fatto che ebbe fiducia in me prima ancora che ne avessi io stesso.

Il successo di Elusive Butterfly ti ha colto di sorpresa?

Sì. Fu pubblicata come facciata B. Sulla A c'era un pezzo intitolato Cheryl's Goin' Home. Fu un vero flop. Non andò da nessuna parte. Ma un dj in Florida girò il disco e cominciò a passare la facciata B, e per ragioni che nessuno può spiegare Elusive Butterfly cominciò a scalare le classifiche. Io non mi aspettavo proprio di avere degli hit da classifica. Puntavo a un tipo di carriera differente - come quelle di Dylan, Judy Collins, Fred Neil o Joan Baez, nessuno dei quali aveva degli hit a quell'epoca, ma ognuno dei quali aveva un largo seguito di culto da parte di persone che apprezzavano tutta la loro opera.

Cosa ricordi del momento in cui l'hai scritta?

L'ho scritta a Denver, qualche mese prima di trasferirmi a Los Angeles. Ho cominciato alle dieci di sera e sono rimasto sveglio tutta la notte a lavorarci. L'ho finita intorno alle sei del mattino. Molte delle mie canzoni a quell'epoca venivano scritte così - sul limite che divide il sonno dalla veglia. Credo sia proprio questo a dare loro quella qualità "sognante" che le persone dicono di sentire nel mio lavoro. Quando scrivo la mia musica migliore, una parte della mia mente si chiude (la parte che pensa e critica e chiede il significato delle cose) e lascia che l'altra parte (quella della libera immaginazione) corra a ruota libera. Elusive Butterfly all'inizio era composta di cinque strofe. Fu accorciata a due per il disco.

In Since There Were Circles ha suonato l'armonica Gene Clark, uno dei cinque Byrds fondatori. Che ricordo hai di lui?

Era un uomo difficile. Molto triste, molto tormentato. Ma penso che avesse un cuore buono. Proteggeva se stesso comportandosi in un modo molto educato - perfino formale - con tutti, anche con le persone che venivano considerate come suoi amici. Ero molto più vicino a Doug Dillard di quanto lo fossi a Gene. Ma anche Doug mi disse che Gene, in un certo senso era un mistero anche per lui. Era un uomo di talento che è morto troppo presto.

Adesso cosa fai?

Faccio concerti in giro per tutta l'America. Scrivo e sto cercando un'etichetta discografica. I due noti registi Paul Surratt e Ian Marshall stanno realizzando un documentario sulla mia vita e sulle mie canzoni e speriamo che esca presto.

 Giancarlo Susanna

 

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