| Cosimo Argentina | ||||
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L’affresco del sud, e in particolare di Taranto, che emerge dal tuo ultimo romanzo sembra più nero e più tragico del sud, a tratti mitico, di Cuore di cuoio. Sembra che tu abbia deciso di penetrare in profondità, senza fare sconti, tutta la melma nella quale si muove l’umanità varia che abita il tuo romanzo. Qual è il processo che ti ha portato dai miti dell’adolescenza a tutto lo schifo che porta all’età adulta? Guardati intorno e la risposta ti verrà automatica. Il Sud, come il Nord – e mettiamoci dentro l’Occidente e l’Oriente rappresenta un mondo governato dallo sterco e dall’ingiustizia. Una persona perbene o una persona debole, insicura, viene stritolata da quelli che “hanno le palle”, dai bravi, da quelli che hanno le conoscenze giuste. Poi c’è la categoria che meno sopporto: quegli individui che criticano il sistema da cui vengono foraggiati. I contestatori arricchiti. I ribelli con gli euro contratti in tasca. Qual è il processo che mi ha portato da Cuore di cuoio a Mas? Un processo di consapevolezza e di necessità narrativa. Se parli di un ragazzo e “come” un ragazzo fallo fino in fondo, senza giochini. Dagli i sogni e le illusioni. Se metti in scena un uomo disilluso be’, allora sono cazzi di chi legge. Fino in fondo. Nonostante tutto, nonostante il sangue e una narrazione in cui Dànilo sembra senza via di scampo, portato a infrangere il proprio destino contro quello di personaggi la cui morale è imbevuta nell’abiezione e nella violenza, lasci sempre che tracce comiche attraversino la scena in una modalità che, forse, sortisce l’effetto di amplificare lo stesso spessore tragico degli eventi. Sei d’accordo sul fatto che il grottesco può essere più triste della tragedia? Sì, d’accordissimo. La vita è così. Uno cade dalle scale e si rompe l’osso del collo e scatta la ghignata del pubblico pagante. Io a volte sono spiritoso quando sto male. Se sto forte forte di solito resto sereno. Se sto male faccio il buffone. Alighiero Noschese si suicidò e tutti dissero ma come? Faceva ridere! C’è un personaggio nel tuo libro che gioca un ruolo cruciale. È Anselmo di cui dici: “Era vissuto troppo e male. Era un segnalato di Dio, uno che per statuto sarebbe dovuto essere cattivo ma io ero l’esempio vivente che le cose non erano andate propriamente così. Anselmo era stato quello che gli altri manco avevano provato ad essere: uno dalla mia parte. Punto”. Anselmo è un angelo, una figura protettrice. Potresti dirci due parole su questo personaggio? Ne so quanto voi, su Anselmo. Però posso dire che a volte la pugnalata arriva da chi non ti aspetti e parimenti l’aiuto giunge da persone che non avresti neanche preso in considerazione. Anselmo è cieco. Chi è abituato a soffrire o diventa un bastardo più bastardo di chiunque altro oppure diventa buono, comprensivo e sensibile. Io sono attratto dalle persone che hanno sofferto molto nella loro vita. E di contro mi stanno sulle scatole quelli che sono precisi e sicuri. Caserma, ospedale militare, fabbrica, università, studio legale. Dalle tue pagine viene fuori una forte sensazione di cattività. Kuma, maschio adulto solitario, costretto ad abbandonare i ghiacci dell’antartide per adattarsi alle gabbie della vita moderna. Secondo te la scrittura è una maniera di seguire la propria selvaggia natura di lupo? Siamo tutti in trappola. Tutti in gabbia ma il 99% di noi non lo sa o fa finta di non saperlo e allora colleziona francobolli, scopa un sacco di donne o scrive. La scrittura è il MIO modo di tornare al senso puro delle cose. Ognuno ha il suo. Un’illusione, forse. Un falso scopo. Mettila come meglio credi ma se ci dovessimo fermare un solo istante capiremmo che non siamo niente. Siamo una parentesi di carne nell’infinito. Certo, c’è la speranza di Dio. Ma tolto quello siamo fottuti. Kafka, Edgar Allan Poe, Arthur Rimbaud, Bukowski, Dostoevskij, la Divina Commedia. La libreria di Dànilo è anche la tua? Vediamo un po’… di Kafka devo aver letto quasi tutto ma non riesco a rileggere i suoi romanzi. Edgar Allan Poe è uno dei padri fondatori della ditta Argentina C. perché leggendo le sue cose, tutte le sue cose, ho capito, a vent’anni, che volevo essere come lui, un inventore di storie. Di Rimbaud ho letto tutto e lui rappresenta il genio. Un genio muore in fretta. Non conviene esserlo fino al punto dell’uomo delle Ardenne. Bukowski sì, è uno dei miei prediletti per la semplicità e forza descrittiva. Dostoevskij è un dio della letteratura ma bisogna prendere le distanze da lui. E… vabbè, Dante. Non da leggere o da ascoltare Benignamente quanto da tenere lì e sfogliare e poi scegliere un brano e respirarlo. Ovviamente ce ne sono altri. Ma questi della biblioteca Colombia non li rinnego. “Mi sentivo uno che doveva risalire tutti i fiumi Mekong della terra ma una era la foce in cui arrivare: Taranto”. Perché, nonostante tutto, si torna ostinatamente a sud? A dire il vero io non sono tornato. Vivo a Meda con Clara e due figli: Francesco un cabarettista di 5 anni e Milena, una donnina di 5 mesi. Ma la mia penna torna. Torna ossessivamente. Torna ogni santo giorno. Io scrivo del mio passato mescolandolo al mio presente. Taranto, il Sud, i volti, i sapori, gli odori tornano con la prepotenza di quegli amori rifiutati ma necessari. Sono a Taranto ogni volta che mi siedo davanti al computer. I tarantini a volte mi accusano di violare il santuario del buonumore ma non ci posso fare niente. Del resto io torno alla mia Taranto. A quella degli anni settanta, ottanta e primi anni novanta. Di quella di oggi ne so ben poco se non che dovrà vedersi partite di calcio di C1 – lega pro – anche l’anno prossimo. Mino Degli Atti
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Cosimo Argentina torna a raccontarci un sud estremo sotto molti punti di vista. Maschio Adulto Solitario, edito dalla casa editrice Manni all’interno della collana Punto G, racconta la formazione alla vita di Dànilo Colombia giovane che si muove nella Taranto degli anni ottanta, città sprofondata nella dannazione e nella violenza. Maschio adulto solitario è un romanzo duro, a tratti durissimo. Per penetrarlo abbiamo rivolto all’autore alcune domande 


