Ladytron
Scritto da Sergio Perrone    Martedì 08 Luglio 2008 11:22    PDF Stampa E-mail
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Suoni pop, elettronici, effects pedals, sintetizzatori e niente campionamenti. Questa è la musica dei Ladytron che cercano e non si stancano mai di sperimentare e scoprire nuove melodie e ritmi. Prendono il nome da una famosa canzone dei Roxy Music, ma non per cieca devozione verso il gruppo londinese, al quale comunque si sono ispirati durante la composizione del loro primo lavoro. È successo allora che, per caso, si sono mescolate le esperienze e le culture bulgara, inglese e orientale. Una costruzione faticosa e voluta dice Mira Aroyo, la cantante bulgara che abbiamo intervistato. Insieme a lei canta Helen Marnie accompagnata dalle musiche di Daniel Hunt e Reuben Wu. Velocifero per dare l'idea della velocità, della rapidità. Tredici i pezzi in questo album, Ghosts il singolo più di impatto, sia melodico che ritmico. Anche in questa ultima produzione, particolare l'atmosfera un po' folk regalata dall'ormai collaudato uso del bulgaro per i testi di Black Cat e Kletva. In tour dal 2 luglio al 5 ottobre con tappe in Nord America ed Europa, Italia compresa. Venerdì 1 agosto sono al Venice Airport Festival e sabato 3 agosto a Marina di Ravenna per l'MTV Sunset.

Ladytron è una band composta da persone di differente origine etnica e culturale, esiste una sorta di competizione relativa  alla composizione della musica e la scelta della lingua in cui cantare i pezzi?

La ragione per la quale usiamo il bulgaro è perché io lo conosco, essendo la mia lingua madre. La prima volta che è successo è stato in Commodore Rock è stato una specie di esperimento da ubriachi e ci accorgemmo che andava, funzionava e questo perché il bulgaro ha un ritmo differente.  Sono le canzoni che richiamano il linguaggio, il suono di un pezzo richiede delle cadenze differenti. Non decidiamo a priori se cantare in inglese, ci proviamo e vediamo se funziona o no.

Usare 4 sintetizzatori piuttosto che un sistema di campionamento pensate possa dare più profondità e intensità nella musica prodotta durante i vostri live shows?

Attualmente abbiamo 8 sintetizzatori analogici quando suoniamo dal vivo e molti effects pedals. Questo ci permette di produrre un suono più caldo e molto meno piatto dei normali sistemi di campionamento.

Quali sono le differenze, riguardo lo scopo e le aspettative tra il vostro primo lavoro e Velocifero?

Il nostro primo lavoro, è stato un modo per iniziare a prendere confidenza con la strumentazione e aumentare le nostre conoscenze riguardo la produzione. Adesso ci piace pensare che abbiamo acquisito più esperienza. 604 è stato un esperimento in cui la musicalità prodotta derivava semplicemente da un incontro di suoni dettati dalle esperienze e gusti di ognuno di noi. Velocifero è nato dopo uno studio comune, sia per quanto riguarda le musiche che i testi. Arrivare a comporre delle musiche così differenti tra loro vuol dire lavorarci sopra tanto e battersi fino ad arrivare a suonare dei pezzi che sono frutto di sforzi. I live shows sono delle palestre molto importanti per una band perché permettono di imparare a sviluppare le proprie abilità, di assorbire nuove influenze e dare forma a un suono sempre differente.

Pensate che una delle cose più importanti per la vostra band siano la flessibilità e la sperimentazione per garantire un'evoluzione continua dei vostri ritmi o credete sia più importante trovare una sorta di marchio sonoro che vi contraddistingua?

Per noi l'innovazione è una cosa molto importante.  Sarebbe semplice fare un album con 13 o 17 differenti versioni di Destroy e molte bands lo fanno.  Noi lottiamo ogni volta per far si che ogni album sia differente dal precedente e lottiamo per questo.  Io credo che noi abbiamo un marchio sonoro che ci contraddistingua, ma questo è il frutto di un naturale processo che ingloba quello che facciamo volta per volta e quello che siamo.

Un'ultima cosa: quando lavorate a un nuovo lavoro lo fate rispettando una scheda temporale o vi fate guidare solo dall'ispirazione?

Un po' un misto di tutte e due. Quando si suona un album per un lungo periodo di tempo, ad esempio in tour, è difficile non sentire l'esigenza di andare in studio per registrare qualcosa di nuovo per fare in modo di continuare a suonare senza annoiarsi.  Poi non vedi l'ora di andare in tour e suonare dal vivo. È una sorta di circolo virtuoso che ci permette di produrre  nuova musica ad intervalli più o meno regolari. Anche mentre si viaggia si ha molto tempo per pensare e trovare stimoli intorno, trovare delle nuove ispirazioni da cogliere per scrivere.


Sergio Perrone

 

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