| GIANCARLO DE CATALDO | ||||
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In questi mesi De Cataldo è in veste di autore del romanzo I traditori e sceneggiatore del film Noi credevamo; il Risorgimento l’ha assorbito completamente in questo ultimo periodo della sua vita. Lo scrittore e magistrato tarantino ci racconta la sua ultima fatica letteraria.
È un’epoca storica considerata dai più noiosa e poco interessante, ma leggendo il suo libro direi che questa teoria va a farsi benedire. Come mai ha scelto proprio quel momento della storia d’Italia e che cosa ci ha trovato? Ho scoperto che erano giovani, entusiasti, combattivi, animati da fede e speranza in un futuro migliore. L’idea nazionale era solo uno degli aspetti ben presenti ai ragazzi del Quarantotto, che si scatenarono perché insofferenti di un ordine vecchio, decrepito, putrido, e ansiosi di cambiarlo. La chiave di tutto è questo respiro del cambiamento che soffiava allora potente. E poiché è da lì che veniamo noi, italiani di oggi, vuol dire che anche in noi c’è qualcosa di buono. Da qui il fascino del Risorgimento: non solo un fascino intellettuale, ma anche, e soprattutto, il fascino dell’avventura. Faccendieri, politici senza scrupoli, idealisti, mafiosi e camorristi, spie e traditori. Sono queste le persone che hanno “fatto l’Italia”? E come sono le fondamenta del nostro Paese: fragili o reggeranno ancora per un bel po’? In ogni rivoluzione nazionale ci sono i furbi, gli opportunisti, i banditi. È andata così in America, in Messico, in Irlanda. Sono gli uomini oscuri che ramazzano gli avanzi delle idee nobili propugnate dai rivoluzionari senza macchia e senza paura (anche loro, però, a volte, venati di profonda ambiguità), ma hanno un posto preciso nella Storia. Senza di loro, le rivoluzioni non si farebbero. Ogni nuovo Paese che nasce nasce grazie ai buoni ma anche ai cattivi, per intenderci. La durata è un’altra storia: dipende dagli eredi, più che dagli epigoni. Oggi l’Unità è fragile. Ma non è un buon motivo per buttarla a mare. Leggendo il suo libro viene da pensare che in effetti l’Italia non è mai stata innocente. Lei cosa ne pensa? Certo, ma nessuna nazione nasce innocente. E tutti hanno, nel loro passato, eroi vagabondi, fuggitivi, e qualche terrorista che usava metodi spicci e che poi è diventato eroe e meritevole di lapidi, celebrazioni, festival alla memoria. Vale per l’Italia come per il resto del mondo. Una delle cose che più mi è piaciuta nel suo romanzo è come vengono visti il Meridione e i meridionali, quasi un male necessario per portare avanti l’idea di Italia unita. Ma quale è stato il vero ruolo dei meridionali nell’Unità, e nasce davvero da lì la questione meridionale? L’annosa, e irrisolta, questione meridionale nasce in contemporanea con l’Unità. I patrioti fuoriusciti attribuivano all’inerzia e all’arretratezza dei governi borbonici il gap del Sud. Avevano ragione, è ora di ribadirlo e di finirla con le intollerabili nostalgie neoborboniche, specchio della farneticazioni sull’insistente, e mai esistita, Padania e altre amenità. Nel 1860 15 famiglie controllavano il 100% delle risorse del Sud. I nordisti scesero al Sud animati di speranze, si scontrarono con una cultura che ignoravano e che, purtroppo, non impararono a rispettare. La deflagrazione fra gli opposti fu favorita da un evento sfortunato e imprevedibile: la morte di Cavour. Con Cavour in vita non ci sarebbero stati gli eccessi repressivi, venati di sadismo, che scavarono un solco profondo e doloroso fra le genti italiane. Con la morte di Cavour fu agevolata quella saldatura fra gli elementi peggiori delle classi dirigenti del Nord e delle antiche baronie feudali meridionali. Ma ancora una volta: io queste cose le racconto e le ricordo perché siano riconosciute, sì, ma superate. Non per ancorarmi agli errori e alle atrocità del passato in vista di una condanna del presente, ma per rimboccarci tutti le maniche e riprendere il discorso da dove l’abbiamo sciaguratamente interrotto. A un certo punto uno dei suoi personaggi (uno dei più riusciti a mio avviso) dice: “Scelgo individui senza qualità, mezze calzette divorate dall’ambizione, fanatici pronti a tradire alla prima occasione, incendiari che vagheggiano il getto d’acqua che spegnerà il loro ardore, [...] nuovi Masanielli [...] (che) spasimano per un invito nel boudoir della castellana”. Sembra quasi una dichiarazione di poetica da parte di Giancarlo De Cataldo. Si può dire che lei cerca questi personaggi per farne materia narrativa nei suoi romanzi? No, è l’anticipazione di notori faccendieri che ricorrono ciclicamente nella storia patria. Poi, chiaro, come scrittore adoro i personaggi “neri”. Sennò mi occuperei di “gattini” (e non è escluso che un giorno...) Una domanda che esula dal suo ultimo romanzo. Su Sky le righe di presentazione della seconda serie di Romanzo Criminale parlavano della “mitica” banda della Magliana; sempre su Sky la presentazione del film La prima linea parlava di uno spaccato criminale degli anni ‘70. Lei che è un magistrato, cosa ne pensa di questa esaltazione acritica di tutto ciò che è fuori dalla legalità, come se gli anni ‘70 fossero il nostro personale e tutto italiano far West da ricordare con nostalgia e affetto, quando invece si tratta di momenti nerissimi nella storia italiana, di ferite tutt’altro che rimarginate e metabolizzate? Esaltazione? I modelli culturali sono imposti dalla storia, e in particolare dall’economia politica, che ne è il grande motore. Il revival degli anni Settanta e la mitizzazione derivano dalla consapevolezza, sempre più diffusa, di una sorta di ineluttabilità dell’immanenza dei poteri criminali, e dal fatto che gli stili criminali tendono sempre più ad omologarsi a quelli del grande capitano d’industria, del politico di successo, del leader carismatico... stessa arroganza, stesso disprezzo degli altri, stesso ridurre all’osso ogni problematica, tanto contano solo i soldi e il successo, e gli altri crepino pure. La gente questo lo sente, lo sente intorno a sé, e, la butto lì, si consola pensando che almeno i criminali di strada di una volta rischiavano la pelle in prima persona. Dario Goffredo
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