| VERDENA | ||||
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![]() Dopo un lungo silenzio tornano i Verdena, il tempo giusto per far sedimentare una nuova era musicale della band bergamasca che riesce ancora a stupirci con un disco imponente. Contro ogni moda, in controtendenza con la crisi del mercato, Wow è un doppio, ventisette brani e poche concessioni. Quello che le orecchie scorgono subito è la sincerità della band che abbiamo cominciato ad apprezzare anagraficamente adolescente e che abbiamo accompagnato fino a quella che oggi possiamo tranquillamente chiamare maturità. Il rock granitico rimane, la psichedelia si condensa intorno a melodie nuove che per la prima volta sembrano guardare all’Italia. Abbiamo parlato con Alberto.
Wow è un album generoso, un viaggio di ventisette tracce attraverso impennate elettriche, psichedelia d’altri tempi, bozzetti acustici. Come nasce un lavoro così complesso? Nasce un po’ per caso, non a tavolino. È il frutto di uno scarto di centinaia di pezzi. Il disco è come una scacchiera a tre colori (acustico, piano, elettrico) e abbiamo scelto pezzi molto diversi tra loro per rendere l’album più colorato e dinamico possibile. È stato un lavoro organico e molto faticoso. A livello tecnico si è partiti da un canovaccio suonato con uno strumento a caso, tipo un sinth o una tastiera, una batteria (Scarpe Volanti, La volta, Nuova Luce). Altri pezzi sono stati composti da me e la band ha aggiunto il resto (Razzi, Castelli per, Letto Tu e Me). Altri sono usciti istantaneamente da jam (Rossella, Gareggia, Per Sbaglio). La vostra nuova direzione musicale sembra per la prima volta concedersi a una melodia più italiana, in alcuni episodi sembra quasi di sentire i Beach Boys, in altri i Beatles. Quali album credi abbiano costruito o influenzato il suono di questo lavoro? Brian Wilson (Smile e Pet Sound ma anche Lucky Old Sun) e i Beatles (tutti), John Lennon (Plastic Ono Band) e Paul McCartney (Chaos and Crea-tions in the Backyard), Grizzly Bear (Spread), Mgmt e Lucio Battisti (Anima latina). Il disco nasce nel vostro studio, un luogo che vi caratterizza molto e che vi permette di isolarvi completamente, o quasi. È una condizione che preserva i vostri dischi, li rende diversi da qualsiasi cosa in giro. Cosa ne pensate? Non so, il suono che esce da lì è il nostro suono. Sicuramente li caratterizza per tutta una serie di condizioni anche fisiche e strutturali. Negli anni avete collezionato esperienze anche all’estero, avete diviso il palco con i Motorpsycho: queste esperienze cosa vi hanno lasciato? In linea di massima ci siamo trovati sempre molto bene con i gruppi con cui abbiamo condiviso il palco, sia ai festival, sia in piccole tournèe o in singole date. Ogni gruppo a suo modo ci fa sempre inconsapevolmente riflettere su qualcosa. Anche questo è un bel modo per crescere e cercare di superarsi, per cogliere sfumature, per fare riflessioni, insomma.... poi se il gruppo è figo e ci piace come nel caso dei Motorpsycho o MGMT è ancora meglio. È appena partito il vostro nuovo tour (a Bari il 5 febbraio). Come sarà lo spettacolo? Quanti sarete sul palco? Sul palco saremo in quattro. Con noi ci sarà Omid Jazi che suonerà tastiere, chitarre e seconde voci. Il nostro obiettivo al momento è quello di cercare di riproporre Wow dal vivo nel modo più fedele al disco. Non abbiamo mai avuto scenografie e nemmeno quest’anno ci saranno, fatta forse eccezione per qualche videoproiezione. Per noi l’importante è sempre stata la musica e siamo talmente concentrati su quello che tutto il resto diventa un contorno. Sono troppe le energie che spendiamo a cercare di ottenere il massimo da noi stessi che ogni altro pensiero per noi diventa uno sforzo. Anche se avessimo voluto, sarebbe stato inimmaginabile per noi, dopo tre anni passati in studio, cercare di decidere quale scenografia portarci dietro con il tour. Avete avuto la fortuna di affermarvi di fronte a un pubblico più vasto fin da giovanissimi, all’età giusta direi. Cosa ne pensi del rock geriatrico italiano, di band o artisti che emergono dopo gavette lunghe dieci e più anni? La regola vale anche per noi. Nonostante il primo disco sia uscito nel 1999 (quando noi avevamo tra i sedici e diciannove anni), abbiamo fatto molti anni di gavetta. Io e mio fratello Luca abbiamo iniziato a suonare circa dieci anni prima. Abbiamo suonato ovunque, in qualsiasi contesto, situazione e condizione. Il fatto che qui ci sia la tendenza ad etichettare a priori un gruppo giovane come roba da ragazzini è sicuramente un aspetto fastidioso che rispecchia però l’andazzo generale del nostro paese, che è un paese geriatrico in tutto e per tutto. Cosa ascoltate? Ci sono nuovi o vecchi album che volete segnalare ai lettori di Coolclub.it? Cheap Trick (omonimo), Resident (Not Available), Flaming Lips (The Soft Bullettin), Tinariwen, Miles Davis… Antonietta Rosato
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