| FRANCESCO CORTONESI | ||||
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![]() Con il prossimo libro Coolibrì, la collana curata da Coolclub per Lupo editore assume dei colori decisamente più dark e un’ambientzione notturna e gothic, come Gotham , la citta gotica, il nome che viene dato a New York. Ne parliamo con l’autore, che in rete firma come Deadtoday .
Partiamo dal titolo: Gotham Polaroid, ce lo spieghi in due righe? Ti dico subito che Gotham Polaroid è un concept book. Non è un romanzo e non è una raccolta di racconti. Sostanzialmente è qualcosa di diverso da tutto questo, anche se credo si tratti comunque di narrativa di genere. L’idea era quella di dare al lettore una serie di immagini scritte che ritraessero un giorno qualunque in una città “immaginaria”. Tante piccole storie che compongono un quadro d’insieme. Voci anonime che parlano di amore e morte in una città che ha perso il suo dio. Diciamo che Gotham Polaroid è fatto da una serie di flash che alla fine dovrebbero comporre un’immagine unica. Una polaroid fatta di tante piccole polaroid per intendersi. Mi rendo conto che in due parole non sia una cosa troppo facile da spiegare, ma beh, spero di aver reso in qualche modo l’idea. In cosa consiste la tua idea di concept book? Come chiaramente dice la definizione, l’idea del concept book si basa sul tentativo di dare al lettore un concetto più che una storia. Ormai lo sappiamo, viviamo in un’epoca in cui tutto ruota intorno agli “eventi”. La nostra è una “società di consumatori” in cui, nel migliore dei casi, film, libri e musica vengono divorati e soppiantati da altri senza lasciare alcuna traccia e spesso anche senza rimpianto. Chi si ricorda quali film sono usciti nel 2009? La maggior parte dei romanzi ormai restano in catalogo solo per pochi mesi, poi si passa ad altro e tutto questo senza soluzione di continuità. Così ho pensato che sarebbe stato interessante provare a dare al lettore qualcosa che fosse più vicino a un’immagine che a una storia vera e propria. Quando guardi una fotografia hai un’idea molto parziale del “tutto”. Riesci a vedere solo cosa il fotografo ha deciso di inquadrare, ma spesso finisci per percepire o cercar di percepire in qualche modo anche tutto quello che è rimasto fuori. Tendi a fartene un’idea. Ma ciò che resta è quasi sempre solo l’immagine. Mi piaceva provare a sperimentare una cosa del genere usando la scrittura. Certo, mi rendo perfettamente conto del fatto che sia qualcosa di azzardato, però del resto sono convinto, proprio per i motivi che ti dicevo prima, che questa sia un’epoca in cui bisogna cercare di sperimentare più che si può. A me personalmente dispiace sempre tanto quando vedo romanzi di cinquecento, mille pagine che finiscono nelle bancarelle dell’usato ancor prima che il suo autore, che magari ha impiegato anni per scriverlo, se ne sia reso conto. Non voglio dire che bisogna smettere di scrivere romanzi, però credo anche che sia necessario provare strade alternative. In fondo siamo pieni di romanzi no? Così il concept book potrebbe essere una di queste strade. Ovviamente è presto per dire se questa sia una strada che porta a qualcosa o un vicolo miseramente cieco. Tu vieni dal mondo del cinema horror, nel tuo libro è evidente la tua passione per i fumetti. Quali sono i tuoi riferimenti culturali e letterari che sono entrati nel libro? Domanda difficile. Il mio concept book è pieno di citazioni quindi nessun dubbio che sia figlio delle tante influenze che ho accumulato negli anni. Eppure se dovessi citare qualcosa di riferimento… beh davvero non mi viene in mente nulla. Forse il minimalismo post moderno è la cosa che più si avvicina al concetto di Gotham Polaroid. E forse anche l’idea di una certa Pop Art. C’è qualche autore in particolare che consideri un maestro? Anche se ci fosse non lo direi! Non vorrei certo mettere in imbarazzo qualcuno, visto che comunque mi considero un pessimo allievo. Ad ogni modo, il mio scrittore preferito è Hunter S. Thompson. Hai un modo interessante di lavorare, ce ne vuoi parlare brevemente? Lavoro molto con i post it. Voglio dire, scrivo immagini su bigliettini che appiccico ovunque. In casa, in macchina, a volte persino sui vestiti. Poi, di tanto in tanto, ne prendo uno e cerco di rielaborarlo, di dargli una forma. Usando altri post it. Non so bene spiegarti perché uso questo metodo, ma credo che la mia vita, come un po’ quella della maggior parte delle “vittime” del Terzo Millennio, sia sostanzialmente iperattiva, una serie di “eventi” che si susseguono nell’arco della giornata che spesso mi sembrano ben al di là del mio reale controllo. Così in questo flusso di appuntamenti, tappe e relazioni più o meno superficiali, mi scopro ogni giorno bombardato da immagini che mi sembrano interessanti per un qualche sviluppo futuro e che devono essere scritte all’istante. Se tu fossi uno psicologo o qualcosa del genere e mi chiedessi di descriverti questo, ecco ti direi che spesso mi sembra come di vivere sotto una lampada stroboscopica. I post it sono i flash della lampada. Cose che intravedo ma che non riesco immediatamente ad afferrare. Non mi sono spiegato vero? O forse questa cosa dei flash è qualcosa che capita a tutti? Quanto è importante la musica per te e per il tuo lavoro? Tantissimo. Ragionando per immagini inevitabilmente ragiono anche per colonne sonore. Non scrivo quasi mai senza musica e mi sarebbe piaciuto essere un cantante. Va beh, sarà per un’altra vita. Antonietta Rosato
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