| BEATRICE ANTOLINI | ||||
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A due anni da A due, torna Beatrice Antolini con Bioy, un album poliedrico e ricco di sfumature più o meno percettibili. L’abbiamo intervistata in vista dei suoi concerti pugliesi a Novoli (27 dicembre nel circuito Puglia Sounds) e al Demodè di Modugno (28 dicembre).
Bioy è l’album della maturità? La maturità può essere raggiunta solo con l’esperienza e tante conoscenze. È un percorso in divenire che vivo in uno stato di mutazione perenne. Io sono ancora al terzo album e spesso mi sento un pesce fuor d’acqua. Cosa vuol dire Bioy? È un acronimo. La B è l’iniziale del mio nome. “IO” risente molto dello studio di scienze spirituali che mi hanno permesso di arrivare all’essenza delle cose e dell’anima, e BIO perché è un disco in movimento con un mantra tellurico sotto. La Y, invece, è in contrapposizione alla moda della X (generazione x, fattore x, x factor). A me non piacciono le mode e ho scelto l’opposto. La Y è slanciata e porta verso l’alto, mente e corpo che si uniscono. La X è una lettera chiusa. Nell’album mischi generi diversi. È una scelta voluta? È successo, non è stata una scelta meditata. Il verbo meditare, però, vuol dire “non pensare”. È stata una scelta del non fare. Ho suonato, ho registrato e ho visto che quello che stava venendo fuori mi piaceva. Con We’re gonna live e Abletable giochi con il funk e il soul. We’re gonna live è un pezzo ironico e divertente. È una dedica a Michael Jackson ed è la risposta al suo brano Wanna be startin’ somethin. Ho vissuto il lutto e la morte e sono una cosa seria. Il pezzo è stato spontaneo, avevo voglia di fare un brano divertente, ballabile, fisico e senza troppi intellettualismi. Abletable, invece, è uno sfogo soul, un provino che è rimasto tale. Hai suonato tutti gli strumenti ma il suono è unico e ben amalgamato. Qual è il tuo segreto? Evito gli intoppi che ci sono quando si è in molti ad arrangiare. Il mio è un processo magico, il batterista, il chitarrista, il pianista, presenti in me, si muovono nella stessa direzione. Come nascono le tue liriche? Insieme al resto, mentre sperimento i suoni, dando loro un senso logico. Sono una musicista e anche il cantato è musica. Ti senti una cantautrice? Essere cantautrice è impegnativo. Forse un giorno lo sarò ma per adesso sono un’autrice di musica. Cosa ascolti quando hai bisogno di ispirazione? Ascolto con piacere la musica moderna, Debussy, Bartok, Prokofiev e buona parte degli artisti del primo 900. In questa musica trovo dei colori particolari che mi permettono di capire ciò che si provava in quegli anni. Per il resto, mi piace andare oltre e ascolto un po’ di tutto: musiche dell’est, indiane, il blues, il soul e il funk più tamarro quando sto in macchina con il resto della band. Il suono dell’album è di rara qualità. Come sono avvenute le fasi di registrazione? Un artista non dovrebbe dire come fa i propri dischi. Con gli strumenti che ho utilizzato, tante persone non sarebbero capaci nemmeno di andare in chat e si limitano a parlare male. Bioy l’ho registrato in casa. Finalizzazione, ottimizzazione, fissaggio e mastering sono stati fatti in uno studio di registrazione. Suoni la batteria e ad ascoltarti sembra che rispecchi realmente la tua anima, musicale e non. Si, le percussioni sono più vicine al mio modo di essere e sono collegate al discorso del movimento e della ritmica. Uso anche percussioni africane. La musica africana è magica, perché con strumenti primitivi e ancestrali vengono fuori cose speciali. In passato hai detto di non avere femminilità. Ho femminilità da vendere, ma vorrei essere giudicata per la musica, non per l’aspetto fisico. Hai suonato all’estero. Com’è andata? Ho trovato un pubblico più colto e più empatico. È stata un’esperienza interessante ma costosa e rischiosa, perché non sono gli stranieri a cercarci ma siamo noi a proporci. Quali sono le differenze tra musica indie e musica pop? Indie non è un genere musicale, ma è la scelta di un artista che autoproduce il proprio lavoro con il sostegno di un’etichetta indipendente. Si può essere indie anche facendo pop. A me non interessa essere catalogata come artista indie, ma, per il momento, sono lontana dalle logiche di una major. E se per il prossimo album arrivasse la proposta di una major? Dipenderebbe dalle condizioni proposte. Se la fruibilità della mia musica si allargasse e il sostegno della major fosse totale, ci starei. Un giudizio sulla scena indie italiana. Ci sono tanti artisti che meritano pienamente il successo raggiunto dopo anni di duro lavoro. Dente, Le luci, Il Genio, A Toys Orchestra, tutti validi artisti. La musica è un percorso duro e impegnativo e se non sei valido non ce la fai. Questo discorso vale anche per il tuo conterraneo Fabri Fibra? Certo. Fibra mi piace molto e vorrei fare un pezzo con lui. Qual è il tuo contributo alla scena indie? Ho fatto i miei dischi in maniera sincera e spero di aver dato qualcosa in più ai miei ascoltatori. L’emozione più grande è quando qualcuno ti dice che nelle canzoni ha sentito qualcosa che gli appartiene. La musica è vocazione, non solo intrattenimento. Cosa fai quando non suoni? Faccio pochissima vita notturna e non mi piace stare nel casino. Preferisco stare in casa con le persone care. Non sono la persona nel posto giusto al momento giusto. Lucio Lussi
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