| I MINISTRI | ||||
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Fuori è il nuovo disco dei Ministri. Il precedente Tempi bui li aveva imposti come una delle realtà più interessanti del nuovo panorama rock. Questo nuovo capitolo li vede cresciuti, evoluti nel suono e nel pensiero. Fuori è diretto, ma non per questo facile.
Dodici tracce che raccontano la difficoltà, la rabbia, la claustrofobia dei nostri tempi. Intanto il pubblico ai loro concerti aumenta, le date si moltiplicano. Sintomo di un rock italiano in ottimo stato di salute. Abbiamo parlato con Davide Autelitano, cantante e bassista della band. Il vostro nuovo album è un’istantanea emotiva e muscolare del nostro presente, un paesaggio assolutamente non rassicurante, quali sono i sentimenti che hanno animato la nascita dei brani di questo album? In ordine sparso: la voglia di sentire parole nuove, delusioni e speranze di diverse provenienze, fiducia nella volontà e nelle volontà di molti, la voglia di prendersi delle responsabilità, lo sprezzo delle gerarchie, la voglia di capire cosa c’è dietro alla paura degli altri, il non lasciarsi consolare. C’è un senso politico in quello che fate, qualcosa che non riguarda solo i temi delle vostre canzoni ma anche il vostro suono, un po’ come gli urlatori degli anni 60 solo che voi siete incazzati veramente. Cosa ne pensi? Ci rimproverano di urlare troppo o di urlare troppo poco. Noi pensiamo ci siano momenti – nella vita di un cittadino e in quella di una band – in cui sia meglio urlare e altri in cui sia meglio dire. Il senso politico di quello che facciamo è prima di tutto il rapporto tra cosa diciamo, chi siamo e in che momento della storia lo stiamo dicendo. Quello che fa di noi dei musicisti e non dei matti saliti sulla sedia col braccio alzato, e che noi ci mettiamo la musica – e cerchiamo di dire le cose in un modo che sia, semplicemente, bello. Avete avuto un escalation anche discografica, siete arrivati a una major, siete tra le nuove band più interessanti in circolazione e vi trovate anche in una posizione scomoda, come su un cornicione. Da un lato il mercato che vede il vostro pubblico allargarsi, dall’altro lo zoccolo di fondamentalisti indie che vede ogni cambiamento come un tradimento. Come vedi questi anni? Se quel cornicione sta su è perché qualcuno lo tiene su – e per fortuna sono sempre di più. Tra questi i fondamentalisti indie scarseggiano da sempre, se ce n’è qualcuno un giorno farà outing e si scoprirà essere uno che ama semplicemente la musica. Siamo con una major e lieti di esserlo da ormai più di due anni: siamo sempre stati rispettati e lasciati liberi di agire in ogni direzione. Non ci vogliono meno major, ma più rispetto – per chi ascolta e per chi suona. Con questo principio, è difficile ingannarsi. A proposito di cambiamenti, questo nuovo album ha un nuovo suono, sempre granitico ma più elaborato, come lo descriveresti? Un ammutinamento di soli tre marinai su una nave da guerra fatiscente incastrata tra gli scogli. Il live è la vostra dimensione ideale, indossate uniformi e offrite al vostro pubblico un vero e proprio spettacolo (cosa rara oggi). Come vivete la performance? Come un impegno, come una cosa per cui val la pena vivere, come un ringraziamento, come un modo per scoprire che hai ancora un corpo e dei polmoni – e ti accorgi che non possono tutto, ma di certo molto più di quanto avresti mai creduto. Cosa e chi non potete sopportare della scena musicale italiana? Su tutto, quelli che si dimenticano che per far nascere una canzone ci vuole sostanza – e non soltanto una voce che ha bisogno di parole da cantare – e quelli che basano le loro canzoni sulle sostanze e non riescono neanche a giustificarlo. Di questo paese quasi niente ci sembra di capire… o no? Di questo paese amiamo gli ostacoli. Puoi startene al di qua dell’ostacolo e vivere tranquillo. Se scegli di superarlo hai molti modi per farlo. Quello che scegli è quello per il quale verrai giudicato – da te stesso. In una band di più hai lo sguardo degli altri due e il decidere insieme come agire. Questo numero del nostro giornale si intitola Io canto italiano ed è dedicato a questo ritorno da parte del rock di usare le parole per dire qualcosa. Voi siete certamente tra questi… Cosa pensate di questo “fenomeno”? Chi riconoscete in questa direzione? Non possiamo considerare propriamente un fenomeno il fatto che la gente canti nella lingua parlata dalle persone che ha davanti. È semplicemente la base di ogni comunicare. Nel rock non c’è solo quello, ma perché amputarsi di un braccio così importante della tua possibilità di esprimerti e di farti capire o sentire? Detto ciò, non basta dire facciamo i pezzi in italiano. Devi pensare che quel pezzo abbia una ragione per venire alla luce, nonostante il mondo sia già pieno di canzoni belle e brutte. Credere che serva anche la tua. Antonietta Rosato
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