SIMON REYNOLDS
Scritto da Tobia D'Onofrio    Venerdì 03 Dicembre 2010 17:24    PDF Stampa E-mail
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Quasi per scherzo abbiamo scritto a Simon Reynolds, per chi fa il nostro lavoro una delle menti illuminate di questo secolo. Perché oltre a raccontarci la musica è stato capace di farne materia su cui ragionare, trovare collegamenti, chiavi di lettura inedite. È stato lui, solo per fare un esempio, a coniare la parola post rock e a studiare come alcuni elementi della società intervengano in modo significativo sulla nascita di nuova musica.  Ha scritto sulle più importanti riviste musicali del mondo (Melody maker, Uncut, Mojo, The Wire) e pubblicato diversi libri spaziando dal rock alla musica elettronica.

Nel 2010 possiamo ancora parlare di musica di serie A (intendendo la classica) e musica di serie B (cioè quella popolare)?
Non direi. Più che altro, quando si discute di musica popolare, esiste una distinzione fra ciò che viene considerato di qualità, intelligente, che aggiunge qualcosa di nuovo, e ciò che invece viene considerato spazzatura commerciale. In altre parole la critica della musica pop comprende sia l’equivalente della musica classica/cultura alta (Radiohead, Elvis Costello, Bowie, Arcade Fire, ecc) che l’odiato opposto, ovvero ciò che la musica pop era solita essere nello schema delle cose (Katy Perry, la musica pop-trance, ecc).

Per caso il rock è morto negli anni 90 quando hai cominciato a parlare di “post-rock”?
Non proprio. Il rock è ancora vivo e vegeto, fiorente, ma la vera questione è riuscire a comprendere se il rock sia ancora rilevante, se abbia ancora qualcosa di nuovo da dire. È una delle domande che mi sono posto nel mio nuovo libro Retromania: la Dipendenza della Cultura Pop dal suo Passato, che in Italia uscirà su ISBN Edizioni verso la fine del 2011.

Sappiamo che Van Gogh visse una vita da sconosciuto, mentre poi è diventato un’icona dell’arte moderna. Lo stesso è accaduto a Nick Drake, rivalutato molti anni dopo la sua morte. I Velvet Underground sono “ricomparsi” vent’anni dopo. Non è stato diverso per i Joy Division, per i My Bloody Valentine, per gli Slint. Chi è il genio degli anni 0 che deve essere ancora “scoperto” dal pubblico?
Al giorno d’oggi ci sono molti geni che pur non essendo pop stars sono ben conosciuti, nel senso che critici musicali, bloggers, intellettuali, ecc ne parlano parecchio. La loro musica viene condivisa su internet ed ascoltata con attenzione. Nessuno dei gruppi che hai citato, ad eccezione di Slint, erano particolarmente oscuri all’epoca in cui suonavano. I Velvet Underground non erano del tutto sconosciuti – avevano il sostegno di Andy Warhol, probabilmente l’artista più famoso di quel periodo. Incidevano per una major e nonostante non vendessero tante copie quante ne vendevano ad esempio i Doors, le persone che hanno comprato gli album dei Velvet sarebbero diventati i musicisti più influenti degli anni ‘70: David Bowie, Roxy Music, Brian Eno, Can, Faust, Neu!, eccetera. Allo stesso modo Nick Drake non era certo la figura di culto che è diventata oggi, ma aveva anche lui diversi fan e critici che esprimevano grande ammirazione; e poi incideva per la Island Records che non era certo un’etichetta oscura. I Joy Division hanno conquistato la copertina di alcune riviste musicali britanniche e sono entrati nella top 20 poco dopo che Ian Curtis si è suicidato. Successivamente, a nome New Order, sono diventati uno dei più grandi gruppi pop inglesi degli anni 80. Anche i My Bloody Valentine, tra la fine degli anni 80 e i primi 90, hanno raggiunto la top 30 con un brano e hanno campeggiato su diverse copertine. Per questi gruppi che hai citato non sono mancate le attenzioni o l’esposizione mediatica mentre erano in vita. Tutti avevano un contratto discografico e la possibilità di pubblicare dischi.
Credo che la maggior parte dei musicisti che valgono davvero richiamino sempre un po’ di attenzione. Sono molto pochi gli artisti completamente oscuri che non sono stati ancora scoperti e hanno valore a livello musicale. E al giorno d’oggi qualsiasi cosa abbia un certo valore viene in qualche modo riconosciuta, perché c’è un esercito di bloggers, pubblicazioni musicali anticonformiste, eccetera, tutti in cerca di qualche novità scottante. Persino artisti che io stesso, negli anni passati, sostenevo meritassero maggior attenzione – come l’etichetta Ghost Box, oppure Ariel Pink’s Haunted Graffiti (vedi Coolclub di Ottobre ndr) - stanno in realtà suscitando parecchio interesse, amore e rispetto. Quindi non mi viene in mente nessuno che sia del tutto sconosciuto al pubblico. Di solito gli artisti incontrano il livello di attenzione del pubblico in base a ciò che si prefiggono, in base alla nicchia di ascoltatori che essi stessi vanno cercando. È ragionevole pensare, ad esempio, che Ariel Pink non diventerà mai una grande pop star, ma che abbia ormai raggiunto gran parte delle persone a cui potrebbe interessare ciò che egli produce.

L’avanguardia ha sempre incarnato l’idea del rumore, dell’inascoltabile. Ma esiste davvero una musica piacevole all’udito, ed un’altra che viene considerata fastidiosa ma col tempo passerà alla storia? Come ha fatto ad ascoltare tutti quei dischi noiosi e rumorosi?
Ciò che è noioso e rumoroso per qualcuno, risulterà eccitante e irresistibile per qualcun altro. Non mi è del tutto chiara la domanda, ma credo che alcune persone considerino piuttosto irritante la cosiddetta “musica piacevole all’ascolto”, perché li culla e basta, senza dar loro energia, oppure non provoca in loro alcuna reazione o pensiero particolare.

Potrebbe suggerirci cinque icone di successo senza cui la musica rock non sarebbe stata la stessa? E cinque album sconosciuti che invece hanno influenzato l’estetica musicale senza mai raggiungere il grande pubblico? 
Le icone sarebbero Velvet Underground, Kraftwerk, James Brown, David Bowie, Black Sabbath. Gli album di culto White Light White Heat dei Velvet, l’esordio degli Stooges, Tago Mago dei Can, Marquee Moon dei Television e Damaged dei Black Flag.

Quali sono le qualità fondamentali per diventare un grande critico rock?
Essere un buon critico rock richiede le stesse qualità di qualunque altro critico delle arti o dell’intrattenimento – conoscenza, intuito, stile lucido ma colorito, gusto, spirito, e così via. Per essere un grande critico rock, invece, c’è bisogno di qualcosa in più rispetto alle solite qualità di un “buon critico” (intuizioni, ampie conoscenze, e quant’altro). C’è bisogno di una sicurezza al limite dell’arroganza. Di una forte volontà che ti porti a formulare giudizi radicali e categorici. E anche di una lucida risolutezza che ti permetta di accantonare la musica che semplicemente non è all’altezza, nonostante gli autori ci mettano il cuore o abbiano buone intenzioni, o persino buon gusto e idee intelligenti sul fare musica. C’è un aspetto performativo, nella grande scrittura rock, che ricorda quello del frontman di una band, o di un MC nella musica rap – parlo di una certa spavalderia, della completa fiducia in se stessi. Il grande critico rock usa la magia della parola per creare un certo carisma verbale – nella vita di ogni giorno potrebbe anche non essere una figura maestosa o di grande effetto, ma sulla pagina è sicuramente autorevole e detta legge con le parole. La grande scrittura rock prevede il buon gusto, è ovvio, ma un tipo particolare di buon gusto, un gusto chiaroveggente – un senso della musica oracolare e messianico che sia in grado di identificare ciò che in quel momento non è semplicemente “buono”, ma spalanca un futuro per la musica, qualcosa che indichi la strada da seguire. La maggior parte degli scrittori rock si preoccupa troppo di piacere al lettore e di risultare “imparziale, leale” per poter attraversare il confine tra Buono e Grandioso.
Tobia D’Onofrio
 

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