MASSIMO VOLUME
Scritto da Marco Carrozzini    Venerdì 03 Dicembre 2010 17:15    PDF Stampa E-mail
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Sono uno dei gruppi italiani che meglio ha saputo accostare letteratura e musica. Una forma canzone poetica, declamata e non cantata che si posa su musica che è come un accento alle evoluzioni emotive delle storie che Emidio Clementi racconta. Dopo Club Privè del 99 un lungo silenzio e oggi finalmente il ritorno con  Cattiva abitudini un album che conferma il loro posto nell’olimpo del rock.

Dalla metà degli anni ‘80 e per un lungo periodo abbiamo avuto la fortuna di poter scegliere fra gruppi che hanno fortemente influenzato la scena indipendente italiana, attribuendo allo stesso tempo pari dignità alla parte testuale e musicale delle canzoni. Oltre a voi, penso ai primi lavori dei Litfiba e dei Diaframma e alla produzione dei Cccp/Csi. Nella decade appena trascorsa non ho notato un adeguato ricambio generazionale, forse perché si è strizzato troppo l’occhio a certe tendenze d’oltremanica, banalizzandole. Condividete questa mia analisi?
Probabilmente è vero che nel decennio passato ci sono stati gruppi più interessati a quanto succedeva in Europa che in Italia. Consideriamo anche che il mercato italiano non offre molto e per restare a galla si cercano nuovi sbocchi. Ma tanti progetti nati negli anni novanta con radici fortemente italiane si sono consolidati in quest’ultimo decennio, mantenendo viva una tradizione che continua a dare frutti.  

Registrare in presa diretta su un otto tracce e senza computer mi sembra una scelta coraggiosa e abbastanza controcorrente in questo momento. È un modo per esorcizzare “l’angoscia di un paesaggio digitale”?
Più che il risultato sonoro ci piaceva l’idea di lavorare con un numero limitato di opzioni. Con l’analogico sei costretto a fare delle scelte irreversibili molto presto durante la registrazione. Devi essere concentrato e ti spinge a considerare l’espressività generale di una canzone piuttosto che le singole tracce.

In un gruppo certamente atipico come il vostro, sarebbe interessante conoscere qualcosa di più sul processo creativo di scrittura. Per esempio, esiste un autore principale delle musiche? O le canzoni prendono per lo più forma lavorando a stretto contatto?
Di solito partiamo da una linea di chitarra. A seconda dei casi il gruppo si limita a un lavoro di arrangiamento oppure interviene nel processo di scrittura. Ogni brano ha comunque un suo percorso. A volte bastano venti minuti per giungere al cuore di un’idea, altre volte invece dopo un mese intero sei ancora lì a sistemare le parti. 

I tuoi testi raccontano essenzialmente del tuo vissuto o trovi il modo di scrivere anche di persone e suggestioni che appartengono al tuo immaginario? Paul McCartney è maestro in tal senso.
La mia fonte d’ispirazione principale rimane la realtà. Mi servo dell’immaginazione quando non sono troppo soddisfatto di ciò che mi sta offrendo il vissuto. Così apro porte che non sono mai state aperte o mescolo situazioni temporalmente distanti, i soliti trucchi di chi lavora con la scrittura. Ma non ho mai inventato una storia che non avesse una base solida, o almeno una scintilla, tratta dalle mie esperienze di vita.

Usi comporre allo stesso modo per una canzone o per un libro, magari lasciando a dopo gli adattamenti del caso, oppure prendi dall’inizio particolari accorgimenti in funzione del prodotto finale?
L’approccio è differente. Si tratta pur sempre di scrittura, ma riempire duecento pagine di un romanzo e lavorare sulle poche frasi che servono per una canzone è decisamente diverso. Senza voler essere dissacranti è la stessa distanza che passa tra uno spot pubblicitario e un film. Il primo allude, il secondo racconta.

Lo hai detto recentemente, Cattive abitudini è un disco ossessionato dal tempo; il senso di ineluttabilità in alcuni dei tuoi versi, mi ha riportato alla mente quello che scriveva Roger Waters in Time dei Pink Floyd. Ho avvertito altre analogie con i primi Pink Floyd del post-Barrett anche in diversi passaggi musicali del disco, particolarmente in Mi piacerebbe ogni tanto averti qui. È un parallelo azzardato?
Sicuramente ci lusinga. Credo che un brano come Time centri perfettamente il senso di Cattive abitudini. Quel ‘one day closer to death’ lo sento nascosto in ogni piega del disco e della mia vita. È un sentimento angosciante, ma anche la spinta che mi permette di essere creativo. O almeno di provarci. 

Per deformazione professionale, oltre alla musica, presto anche attenzione al progetto grafico di un disco; nel vostro, mi è parsa sfiziosa la trovata di presentare i testi manoscritti su carte intestate o post-it di alberghi sparsi in mezza Italia. Qual è l’idea dietro a questa scelta?
Lo avevo visto su un vecchio disco di Nick Cave, credo Tender Prey. Come per la registrazione volevamo che anche la grafica seguisse uno spirito pre-computeristico. In più funziona anche legato all’idea di tempo. Sono testi scritti nello spazio di una notte, in fretta.
Marco Carrozzini
 

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