CARLO D'AMICIS
Scritto da Giancarlo Greco    Giovedì 02 Dicembre 2010 18:05    PDF Stampa E-mail
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L’ultimo romanzo di Carlo D’Amicis, La battuta perfetta, è finalmente un libro necessario, coraggioso, splendido. Attraverso le vicende - tragiche e comiche - di un padre e un figlio (per tralasciare del nipote), D’Amicis affronta il cambiamento profondo avvenuto nella società italiana con l’avvento e l’affermazione delle televisione.

Ancora una volta le tue storie vanno a scardinare momenti cruciali della storia del nostro Paese attraverso gli occhi di personaggi comuni di un Sud profondo, a tratti ancestrale. Perché questa scelta?
Per me il Sud è sempre un punto di partenza e di ritorno. È il luogo da cui tutte le storie cominciano e al quale vanno a finire. Immagino che questa idea abbia a che fare con la mia biografia, dal momento che io sono nato in Puglia, a cinque anni mi sono trasferito a Roma (dove vivo), e penso spesso che prima o poi tornerò giù. Ma forse c’è anche un elemento ulteriore: il Sud è antico. È un pozzo profondo. È il nostro inconscio, e uno scrittore parte sempre dall’inconscio. In questo romanzo, poi, che muove da un cambiamento epocale come l’avvento della televisione, e più in generale della modernità, mi serviva un luogo particolarmente ancestrale, dove tutto fosse rimasto immutato per secoli. I sassi di Matera, in questo senso, erano perfetti, anche perché all’immutabilità si associa il loro essere, strutturalmente, endemicamente, già in rovina. Come si dice a un certo punto del libro, i Sassi rappresentano un luogo eterno ma nato già vecchio, decomposto, franato.

Vera protagonista del romanzo è la televisione. Un tema difficile, rischioso che non hai avuto timore ad affrontare di petto. C’è una visione militante della letteratura in questa tua scelta? Un tempo gli scrittori avevano il compito di aiutarci a capire la realtà; quale credi sia oggi il vostro ruolo?
Penso che i libri possano (o debbano) aiutare, più che a capire, a entrare in una relazione dinamica col mondo, a guardarlo in modo diverso, più attento. Però penso anche che lo scrittore non possa partire dalla realtà fuori di lui, ma solo arrivarci attraverso quella che c’è in lui. Del resto siamo tutti rappresentativi del nostro tempo. In ogni pensiero, in ogni comportamento, in ogni vita (anche la più appartata) c’è traccia della realtà che ci circonda. Per  altro non penso che questa realtà sia necessariamente camorra, o lavoro precario, o berlusconismo, che pure sono dei temi fondamentali del nostro tempo. Esiste anche un clima, meno legato ai fatti oggettivi, che la letteratura può cogliere, restituendone una chiave importante per la comprensione del nostro tempo (penso, ad esempio, a ciò che fu il minimalismo degli anni Ottanta). Insomma, la visone militante per me si racchiude in un senso di responsabilità nei confronti di ciò che è la scrittura:  se la si usa come strumento di ricerca, di scasso, di allargamento d’orizzonte, è sempre militante anche quando parla di uova al tegamino.

Quanto ha influito la tua esperienza in radio nel lavorare a questa storia?
Mi ha aiutato per ricostruire in modo più realistico alcune scene: le parole di Cesare Zavattini che gli attribuisco nel romanzo, ad esempio, sono esattamente quelle che lo scrittore pronunciò alla radio nel corso di una celebre puntata di Voi e io, passata alla storia come la prima trasmissione della Rai nella quale venne diffusa nell’etere una parolaccia. Per questo genere di reperti mi sono affidato al nostro archivio, così come ho fatto affidamento sulla fornitissima biblioteca di Viale Mazzini per tutto ciò che riguarda i palinsesti, ricavati dalle vecchie annate del Radiocorriere. Inoltre, in modo più confuso ma non meno importante, credo sia stato importante attingere alle prime sensazioni che provai all’inizio della mia collaborazione con la Rai, verso la metà degli anni Ottanta: nei funzionari di allora percepivo la frizione tra le antiche sicurezze, derivate da anni di monopolio, e l’inquietudine di uno scenario che, sotto la spinta delle Tv e delle radio commerciali, andava velocemente cambiando.

Filippo, Canio e Silvio Spinato incarnano da un lato l’incomunicabilità tra generazioni, dall’altro il cambiamento della società e dei suoi valori dagli anni Cinquanta a oggi. C’è legame tra questi due aspetti?
Sì, certo, Filippo e Canio Spinato rappresentano due modelli sociali e culturali contrapposti che, secondo me, hanno caratterizzato rispettivamente il trentennio  1950-1980 e 1980-2010. Il primo era un modello basato su regole e valori che venivano proposti e interiorizzati senza un perché:  con poca anima e poco cuore, mi verrebbe da dire. Il secondo è un modello fortemente emotivo, basato sul bisogno di piacere come unica conferma possibile alla propria identità, ma fondamentalmente amorale. Filippo Spinato, col suo pedagogismo dogmatico, ci appare vecchio nell’accezione peggiore del termine. Canio, nel suo terrore di rimanere solo, al buio, infantile nella lettura più deteriore. Tra loro ci sono meno di trent’anni, ma c’è anche un baratro. Credo sia anche per questo che le nuove generazioni (e nel romanzo il personaggio di Silvio, il figlio adolescente di Canio Spinato) a volte danno l’impressione di restare immobili, induriti, in un’impasse che assomiglia a un collasso. Probabilmente sentono su di loro il peso della rapida sovra/contrapposizione di questi due modelli, e non sanno bene, di essi, cosa prendere e cosa rifiutare.

Il libro è intriso di contaminazioni linguistiche tra italiano e lucano, in passato hai usato il dialetto salentino. L’italiano non basta a raccontare le tue storie?
Un’amica scrittrice che amo molto, Barbara Alberti, sostiene che per uno scrittore l’unica maniera di usare l’italiano è violentarlo. In effetti, senza volere assumere pose da linguista illuminato e progressista, io non vedo distinzioni di merito tra la lingua nazionale e quelle locali. Quello che conta è che sia una lingua viva, e a questa vitalità certo può contribuire lo scrittore, plasmando il linguaggio letterario sulle potenzialità che le parole hanno: potenziale non certo esplorato nel banale uso quotidiano.
Giancarlo Greco
 

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