LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA
Scritto da Antonietta Rosato    Giovedì 02 Dicembre 2010 18:00    PDF Stampa E-mail
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Vasco Brondi è la nuova voce del rock italiano, almeno così dicono. Poeta degli anni 0, musicista spigoloso, urlatore come non ce n’erano da tempo.  Nel 2008 ha vinto il premio Tenco con Canzoni da spiaggia deturpata come miglior opera prima, nel 2009 ha pubblicato il libro Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero. Esce in questi giorni il suo nuovo album Per ora la chiameremo felicità. Le luci della centrale elettrica torneranno in Puglia il 26 marzo (Officine Cantelmo, Lecce per Officine della  Musica) e non potevano mancare su Coolclub.it.

Il tuo nuovo disco arriva dopo un anno molto intenso, un anno in cui molta musica rock italiana è emersa. Questo nuovo numero della nostra rivista è dedicato al rock che usa le parole per dire qualcosa. Dopo anni sei stato indicato come una chiave di volta nella scrittura di canzoni in questo Paese, il tuo immaginario crepuscolare e apocalittico ha riferimenti letterari ma anche lirismi dalla periferia del mondo. Quali sono le cose che ti hanno animato nella scrittura delle nuove canzoni? Ci puoi svelare il “codice sorgente” di Per ora noi la chiameremo felicità (che già nel titolo rimanda direttamente a Leo Ferrè)?
Sono cose difficili da descrivere, in realtà fare delle canzoni è una cosa antifunzionale, le ho sempre fatte anche quando non le ascoltava nessuno e nello stesso modo ho scritto queste. Mettendomi nella condizione di non avere niente da perdere e guardandomi attorno.

Qual è il tuo background? Quali sono i cantautori che ti hanno influenzato? Quali band rock?
Faccio fatica a distinguerli, a distinguere l’alto e il basso, mi viene da confondere le frasi di un mio amico a quelle di un grande regista cinematografico. Una conversazione giù in strada con le pagine di un filosofo o con delle canzoni di un cantautore. Spero che sentendo le canzoni che faccio più che evocare influenze musicali tendano ad evocare la realtà. Poi sicuramente Fausto Rossi, i Massimo Volume, gli Afterhours, i CSI, De Gregori, De André sono cose che ho ascoltato così tanto che sono parte di me credo.

Credi che ci sia stato, a un certo punto in Italia, un momento in cui la canzone rock ha cominciato a raccontare la vita di tutti i giorni? Prima molto spesso si ascoltavano canzoni più espressioniste, fatte di suggestioni più che di storie.
Non saprei, non sono un grande conoscitore della storia della canzone rock. Sicuramente mi sono sempre interessate di più quelle canzoni che avevano dentro i panorami in cui viviamo e i personaggi che potresti incontrare sotto casa.

La tua musica suscita emozioni molto forti in chi la ascolta e questo in positivo come in negativo. Non credo assolutamente che questo influenzi la tua scrittura ma pone una questione rispetto a cosa arriva alla gente.
La tua scrittura è una voglia di comunicare ad altri o una tua urgenza?

Forse entrambe le cose, un’urgenza di comunicare agli altri qualcosa, non riesco a trovarne un senso, forse non c’è. È importante rapportarsi a questa cosa senza pensare di dover fare proselitismo, mi viene sempre da pensare all’unica regola che aveva Andrea Pazienza quando disegnava, diceva: viscere sul tavolo.

Da qualche tempo, il mercato, il pubblico, anche le major guardano con occhi nuovi alla scena indie, come a un sottobosco a cui attingere. Anche i premi e i riconoscimenti in questo senso sembrano più coraggiosi.
Cosa ne pensi?

Le major hanno le braghe calate e una mancanza cronica di idee di qualsiasi tipo, vendono musica come fossero pneumatici, senza tenere conto che la musica è una cosa viva e che continuano a cambiare i modi in cui è vissuta, condivisa, ascoltata. Adesso cercano di buttare in mezzo qualche gruppo indipendente (indipendente più per sfiga che per scelta) perché “non si sa mai” ma non ci lavorano veramente, non hanno alcun interesse nel lavorarci, o funzioni o non funzioni. I premi e i riconoscimenti non esistono, esistono i gruppi che fanno i dischi e fanno i concerti. I premi sono fare concerti e fare dischi.

Se guardi la musica che ti circonda riconosci qualcosa di simile a una scena? Ti senti parte di una nuova onda musicale?
No, la parola scena la trovo solo uno stereotipo. Esistono tante persone che nonostante tutto suonano, ognuno con la sua identità e la sua direzione. Questa stupidaggine della scena sminuisce tutti e mette insieme cose che non hanno niente in comune, dà solo qualche discorso da parrucchiere in più per chi vive di questo microcosmo autistico musicale.

Credi che chi scrive canzoni abbia una responsabilità sociale, in qualche modo politica?
Credo che questa specie di lavoro consista nel non difendersi, nel non difendersi mai, nel guardarsi dentro e attorno sinceramente e senza bandiere da difendere o da sbandierare. Non devi essere un megafono per gli altri ma neanche un sussurro tra te e te. Tutti, qualsiasi cosa facciamo, abbiamo delle responsabilità sociali, e non devono essere delegate a nessuno.

Molti cantautori italiani (penso a De Andrè, de Gregori, Paolo Conte) vengono considerati “poeti”.
I testi di alcune famose canzoni vengono studiati nelle scuole e inseriti nelle antologie di poesia italiana contemporanea. Anche i tuoi testi esplodono e rimangono nella memoria. Eppure le differenze “tecniche” tra la canzone e la poesia sono tante, in primis il fatto che la canzone nasce come un atto performativo, mentre la poesia (a parte alcune cose anche straordinarie di poeti come Sanguineti e i più giovani Ottonieri, Nove o Scarpa) nasce e vive al di fuori della performance. Sulla bilancia delle Luci quanto pesano i testi rispetto alla musica e al canto?

Pesano come la musica perché sono canzoni, una cosa è in funzione dell’altra e tutte e due sostanzialmente non servono a niente ma lo stesso, per qualche strano motivo, possiamo ascoltarle trecento volte di seguito.


Antonietta Rosato
 

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