Massimo Bubola
Scritto da Pierpaolo Lala    Domenica 08 Febbraio 2009 10:51    PDF Stampa E-mail
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alt"Il mio non è un tributo. È la riproposizione di canzoni che ho scritto nel corso di tredici anni con Fabrizio De Andrè". Inizia con una gaffes la mia chiacchierata con Massimo Bubola, musicista e autore, compagno di strada di De Andrè dal 1978 al 1990. Molti dei brani composti per Rimini, L’indiano e Le nuvole sono entrati nel suo nuovo lavoro discografico Dall’altra parte del vento. Da poco passato il decimo anniversario della scomparsa di De Andrè questa parola "tributo" mi era rimasta addosso. Molti tributi in club, festival, giornali, una puntata fiume di Che tempo che fa su Rai Tre con Fabio Fazio e Dori Ghezzi a fare da cerimonieri. Eppure ci sono i tributi delle persone che hanno lavorato con lui e tributi di persone che lo hanno solo amato.

 

Cosa pensa di queste manifestazioni?

I tributi non richiesti mi lasciano sempre qualche perplessità. Queste sono scelte che fa la Fondazione e io le rispetto però ci dovrebbe essere una scelta più rigorosa. Non so, per esempio, cosa Tiziano Ferro abbia da dividere con Fabrizio De Andrè. A questo punto sarebbe meglio proporre un approfondimento sulla sua opera e sulla sua vita attraverso tutti coloro che hanno collaborato con lui. Fabrizio ha fatto delle scelte nelle linee di scrittura che hanno coinvolto Piovani, De Gregori, Pagani, me, Fossati. Secondo me a queste persone andava dato uno spazio maggiore, per consentire una testimonianza più vasta e approfondita.

 

La sua collaborazione con De Andrè è durata oltre tredici anni. Ci racconta quel periodo?

In quegli anni anni abbiamo scritto moltissime canzoni insieme. Fabrizio, ed è questa la sua grandezza, ha sempre collaborato con qualcuno nella realizzazione dei suo album. In quel periodo io ho influenzato la sua poetica. Oltre il tempo del lavoro infatti si parlava poco di canzoni e molto di storia, di botanica, di letteratura, di cinema e di tanto altro ancora.

 

Lei era molto giovane, aveva poco più di venti anni. Perché De Andrè la scelse?

Nel 1976 avevo inciso il mio primo disco Il nastro giallo con il suo stesso produttore. Questo lavoro piacque molto a Fabrizio, lo riteneva innovativo, poeticamente e musicalmente. Così mi ha voluto conoscere e con calma, giacché per lui la fretta non esisteva, abbiamo elaborato insieme i brani che sono poi entrati in Rimini. Tutte canzoni che gli hanno dato una grande visibilità e che, secondo me, lo hanno condotto ad avere un pubblico più vasto di prima. Canzoni come Rimini, Andrea, Volta la Carta, Sally e le successive Quello che non ho, Fiume Sand Creek, Hotel Supramonte, Se ti tagliassero a pezzetti sono tutte canzoni molto eseguite oggi.

 

Dall’altra parte del vento

Semplicemente ho preso quelli che mi son venuti in mente e gli ho riproposti come erano nati nella mia mente, secondo la visione che avevo io che segue una certa letteratura del rock, del country, del folk. Diffido dalle imitazioni. Ci sono tantissimi gruppi che propongono i brani di De Andrè in maniera pedissequa, cercando anche di imitare la sua voce.

 

Il suo precedente lavoro è Ballate di terra & d’acqua un cd prettamente rock che prende la grande tradizione americana di Bob Dylan, Lou Reed, Leonard Cohen, Byrds, The Band, Willy De Ville. Quali sono stati in questi anni i suoi punti di riferimento?

Io cerco da tanti anni di proporre rock italiano. Il rock è una vera e propria letteratura e riguarda la musica, la pittura, la poesia, i film. In Italia però c’è stato uno scarso attecchimento, io sono tra quelli che ha creduto ad una via italiana al rock. Questa musica ha bisogno di grandi testi: grandi gruppi come Joe Division, Pealr Jam, U2, Rollling stones avevano grandi autori. Quanto a De Andrè nel periodo "buboliano", diciamo così, ha seguito questa letteratura poi è tornato a fare musica più etnica con Mauro Pagani e dopo Le nuvole invece ha intrapreso la sua collaborazione con Fossati. Io sono trentadue anni che porto avanti la mia idea di rock attraverso dischi più folk, più acustici, più elettrici, più latini ma ho capito già a venti anni cosa fare. Quest’ultimo cd è il più elettrico degli ultimi anni; ma sono importanti soprattutto i testi. Il rock ha bisogno di poesia.

Pierpaolo Lala

 

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