AURELIANO AMADEI
Scritto da Pierpaolo Lala    Venerdì 15 Ottobre 2010 11:30    PDF Stampa E-mail
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L’esordio cinematografico di Aureliano Amadei non è passato inosservato. Vincitore di controcampo italiano alla Mostra del cinema di Venezia ha provocato, sin dalla sua prima visione (e prima ancora dell’uscita) lacrime, applausi e molte polemiche. Il regista è infatti l’unico civile sopravvissuto alla strage di Nassirya nel 2003 e da anni racconta la sua tragedia prima con un libro, poi a teatro, infine, con questo film. Ma Amadei era in Iraq da anarchico, antimilitarista e aspirante regista. Il ventottenne ebbe giusto il tempo per ambientarsi (il tempo di venti sigarette, appunto) prima che l’attacco terroristico coinvolgesse la base dei militari italiani. Ferito e invalido (zoppo, con i timpani perforati e con in corpo centinaia di schegge), racconta il suo viaggio di ritorno a casa e le attenzioni ricevute. Lui fermamente contro la guerra si ritrovò ad essere una specie di eroe. I protagonisti sono Vinicio Marchionni (che interpreta Amadei) e Carolina Crescentini (l’amica Claudia contraria alla sua andata in Iraq che diventerà poi la madre di suo figli).

Prima libro, poi teatro, ora un film. Questo è un modo per elaborare un’incredibile storia che ti ha coinvolto in prima persona?
Credo che questo sia lo sbocco naturale di un’esperienza che ho vissuto, in fondo ero lì per fare l’aiuto regista, ho sempre ricordato l’attentato in “fotogrammi”, come una sequenza cinematografica. Il film ha avuto per me anche un aspetto terapeutico ma credo che questo sia riduttivo nei confronti dell’opera. L’elaborazione di un evento così passa per il ricordo e la condivisione quotidiani, sto facendo un po’ della mia terapia in questo momento con te. Da un punto di vista contenutistico e artistico, sono felice che il film sia frutto di anni di elaborazione. In questo modo, anche attraverso il libro, ho potuto padroneggiare meglio la narrazione della storia e raccogliere il materiale necessario a farsi un’idea delle cose più certa e articolata.

Tu sei arrivato a Nassiriya da antimilitarista. La tua visione della guerra e della pace è in qualche modo cambiata?
Ecco, la visione articolata è una delle chiavi più importanti per l’elaborazione di un’esperienza come la mia, io ho cambiato, o cercato di cambiare, il mio atteggiamento, non le mie idee. Resto comunque un pacifista convinto, forse più di prima. Resto fermamente contrario all’invio di soldati italiani all’estero, sotto qualunque veste. Quello che è cambiato è che non riesco più a distinguere la differenza tra me e un soldato in missione. Mi sento responsabile sia dei suoi eventuali omicidi che della sua eventuale uccisione. Per questo, anche nel lutto, non accetto né chi grida agli eroi, né chi gioisce per la loro morte. Per me saranno sempre individui, esseri umani che bisogna conoscere prima di poter giudicare.

È la tua opera prima. Subito premiato a Venezia. Qual è stata la tua sensazione al momento della vittoria?
Durante il discorso per la premiazione ho fatto finta di svenire, per poi rialzarmi e dichiarare la boutade... La verità è che stavo per svenire veramente! Anche perché quell’infamone di Valerio Mastandrea aveva fatto di tutto per farmi intendere che ero lì solo ad accompagnare Vinicio Marchioni (premiato con la menzione come migliore attore).

Il tuo film ha ingenerato molte polemiche, cosa che accade spesso quando si parla di guerra. Te lo aspettavi? Quali sono le critiche che più ti hanno ferito?
Le critiche che mi feriscono di più sono quelle di spettatori che hanno pagato il biglietto, gente a cui il film non è arrivato, persone con cui non mi sono saputo far capire. Per il resto, le polemiche sono spesso pezzetti di frasi, sui quali alcuni giornalisti costruiscono interi articoli. Persone che continuano a volerci infilare in dei cliché, perché la vita reale, con tutta la complessità delle sue componenti, non fa “notizia”.

Nonostante ormai si viva in uno stato di guerra permanente si parla poco delle guerre in tv, sui giornali, anche al cinema. Le stragi di civili, le bombe nei mercati sono relegate a notizia breve. Perché, secondo te il pubblico si è assuefatto alle immagini? I morti civili non fanno più notizia?
Nella post-fazione del libro da cui è tratto il film, Venti sigarette a Nassiriya, c’è una citazione di Tiziano Terzani che il mio coautore, Francesco Trento ha voluto fortemente: “purtroppo, oggi, sul palcoscenico del mondo noi occidentali siamo insieme i soli protagonisti e i soli spettatori, e così, attraverso le nostre televisioni e i nostri giornali, non ascoltiamo che le nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore”. Mi sento di sposarla parola per parola.

Per un giovane regista come te la domanda è d’obbligo. Hai già qualche idea per il tuo futuro?
Il futuro sembrerebbe riservarmi un lungo tour di presentazione del film, scuole, università, rassegne e festival... Ho fatto il film per condividere la mia storia ed è d’obbligo portarla a più persone possibile, specialmente ai giovani. Certo è che quest’opera prima ha tracciato in me un percorso di urgenza nel raccontare una storia, sarà difficile trovare una storia che mi stimoli in questo modo. Ho avuto una vita abbastanza movimentata, chissà... (pila)
 

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