| NON VOGLIO CHE CLARA | ||||
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Sono passati quattro anni dal loro ultimo acclamato lavoro. Acclamato da una critica che vede i Non Voglio Che Clara come la prosecuzione di una tradizione cantautorale che ha radici negli anni ’60 e che tendeva a scomparire. Fabio De Min e compagni hanno una visione complessa quanto approfondita della musica, tutto questo muovendosi comunque nei terreni del pop. Il nuovo lavoro segna un passo ulteriore, un crescita dal punto di vista stilistico e compositivo. Dei cani è un disco importante, atteso, un disco che cita Majakovskij, che racconta l’amore, l’estate, la vita.
Un disco che ci presenta anche un suono nuovo, più maturo, merito anche della produzione di Giulio Favero. Tra gli ospiti dell’album Port Royal, Diana Tejera (cantautrice romana, già autrice per Tiziano Ferro), Mia Julia Schettini (voce della band romana Palomino Blitz). Dei Cani è un disco che suona come il passaggio all’età in cui le esperienze si metabolizzano, il momento in cui assaporare l’amaro in bocca, in cui l’amore finisce e da lontano sembra avere nuovi contorni. Cosa racconta? Il disco si basa in realtà su un corpus narrativo unico. Attraverso il racconto, frammentato e poi scomposto, di un delitto passionale ho cercato di mettere in relazione il protagonista con il pensiero comune, la moralità, la società che ci circonda e tutto il condizionamento che ne deriva. Per Dei Cani chiamate in causa Majakovski, quali rimandi letterari penetrano in modo più o meno evidente e consapevolmente nei vostri brani? Tutto quello che leggo potenzialmente può diventare un riferimento o influenzare il mio lavoro. Majakovski ha fornito una sorta di giustificazione ad un’idea che avevo in merito ai temi del disco. La figura del cane, oltre a riferirsi alla situazione di abbandono che si incontra ne L’estate, rispecchia il senso di sottomissione e impotenza che si avverte spesso di fronte alla società degli uomini. Una società che fa di ogni verità una menzogna e rende ogni valore un non-valore, per dirla alla Nietzsche. Da sempre la vostra musica è stata definita con un forte riferimento alle atmosfere orchestrali e cantautorali anni 60, in questo album il suono sembra prendere nuove direzioni pur non rinunciando a una radice “classica”. Cosa è successo in questi anni? Con Dei cani abbiamo cercato di realizzare un disco più immediato ed essenziale negli arrangiamenti, anche in considerazione della sua esecuzione dal vivo. È un disco concepito e realizzato in maniera diversa rispetto ai dischi precedenti ma pure frutto della stessa ricerca, che si sviluppa nella scelta di metodi compositivi differenti e che in passato ci aveva portato a prediligere orchestrazioni e arrangiamenti più articolati. Non si ha più paura di parlare di pop, non si nasconde l’amore dietro muri di chitarre e rigidità indie. Ci sono pianeti musicali un tempo lontani che oggi si sovrappongono. Merito di alcune etichette indipendenti che hanno investito sulla “canzone”? Del mercato che cambia? Delle band che si approcciano alla musica e ai testi in modo diverso? Ognuno a modo suo cerca di scrivere delle “canzoni”. Seguendo i propri modelli, un proprio percorso, magari facendo proprio un linguaggio. Poi alle etichette,alle definizioni ci pensa qualcun altro. E immancabilmente non ci trova d’accordo... Cosa ne pensi di questa nuova stagione della musica italiana (penso a gruppi come Baustelle, Amor Fou, Brunori Sas, Dente)? Non ho sentito tutti i rispettivi lavori quindi ho un po’ di difficoltà ad entrare nel merito della tua domanda. Mi permetto però una considerazione: in Italia abbiamo un problema di cifre, ovvero qualsiasi siano i termini di riscontro si parla sempre di numeri piuttosto bassi. Si rischia quindi che le cosiddette scene musicali nascano e muoiano sui blog e a volte ho la sensazione che l’entusiasmo di cui si legge attorno a nuovi fenomeni giovi più a chi scrive di musica che non agli artisti in sé. Nelle vostre canzoni conciliate fascinazioni straniere e tradizione italiana. Ci segnali due dischi (uno italiano e uno straniero) fondamentali per Non Voglio che Clara? Due dischi che rappresentino le fondamenta per Non voglio che Clara e che si possano sensatamente citare, e anche a dieci anni di distanza dai nostri primi passi… Ti dico In a priest driven ambulance dei Flaming fra gli stranieri e un cd fatto in casa con i brani migliori (il meglio per me ovviamente) di Sergio Endrigo per gli italiani. In questo disco avete molti ospiti a partire dalla produzione, ce ne parli? Abbiamo chiesto a Giulio Favero di intervenire, ad una certa fase dei lavori. Considerando la stima che nutro verso il suo lavoro ero certo che avrei condiviso le sue scelte a livello di produzione, e così è stato. Giulio ha avuto il merito, fra gli altri, di aver saputo cogliere alcuni lati nascosti di Dei cani e di averli messi in luce meglio di quanto avrei potuto fare da solo. Ogni collaborazione di questo disco ha comunque un significato umano e affettivo particolare, perché in fondo si è trattato di affidare a qualcun altro la custodia di un pezzo di se stessi. Osvaldo Piliego
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