ENRICO REMMERT
Scritto da Gabriella Morelli    Giovedì 14 Ottobre 2010 15:45    PDF Stampa E-mail
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Scrittore, giornalista free-lance, consulente marketing e comunicazione, autore di canzoni, sceneggiatore: il quarantaquattrenne torinese Enrico Remmert sorprende per la sua poliedricità. Dopo i romanzi Rossenotti (1997) e La ballata delle canaglie (2002), e la trilogia dedicata a Bacco, Tabacco e Venere, curata con Luca Ragagnin, ha da poco pubblicato, sempre per Marsilio, Strade bianche.

Partiamo da te e dalla tua storia professionale piuttosto movimentata. È questa la ragione per cui trascorrono tanti anni tra l’uscita di un libro e l’altro? Da Rossenotti a Strade Bianche son passati 13 anni.
Non credo di essere una mosca bianca. La maggior parte degli scrittori che conosco si destreggiano in molti altri ambiti per sopravvivere, esattamente come me. Quanto ai lunghi periodi tra un libro è l’altro, il fatto è semplice: vivo per scrivere ma non scrivo per vivere. Sono fondamentalmente contrario al romanzo ogni dodici mesi che trasforma molti miei colleghi, anche bravi, in funzionari della scrittura. Io scrivo solo se ho qualcosa che devo davvero raccontare e, quando capita, cerco di farlo in modo il più possibile personale, cercando una strada mia e uno stile mio, cercando di unire profondità e superficie, spessore e leggerezza. Ovvio che un approccio del genere non aiuta a essere prolifici...

Strade Bianche ha un ritmo incalzante. Un viaggio raccontato a tre voci sulle statali italiane, da Torino a Bari, dove i destini dei tre protagonisti si mescolano attraverso l’esplosione delle loro voci narranti. È giusto definirlo un road movie dell’anima?
La definizione “un road movie dell’anima” arriva dalla scheda della casa editrice: a me non è che faccia impazzire, anche perché “anima” è una di quelle parole che il troppo uso ha svuotato. Però sicuramente è una road-story, ovvero una di quelle 6/7 storie archetipe della letteratura. Quando si parla di viaggio, tutti citano Kerouac o Chatwin, quasi dimenticando che si parte da lontanissimo: l’Odissea è il viaggio, ma lo è anche la Divina Commedia oppure Cappuccetto Rosso.

Parliamo della scrittura. Nei tuoi romanzi c’è sempre un’ondata di parole che travolge e accompagna i protagonisti, che riempie i loro pensieri. Questo sembra essere la caratteristica principale dei tuoi libri: la parola come leva fondamentale della tua scrittura. Sei d’accordo su questa cosa?
Non vedo come non potrei essere d’accordo. La parola è il mattoncino di qualunque costruzione narrativa, non ci sono alternative. In questo senso sono un perfezionista, riscrivo molto, cerco un risultato il più possibile nitido, pulito, ma anche musicale. Insomma, un lavoraccio, ma per me è indispensabile.

Il viaggio può avere molti significati, il viaggio come “ricerca” o “ritorno” è un tòpos letterario e culturale. In Strade bianche la strada da percorrere diventa per i protagonisti un occasione per cercarsi o smarrirsi.
Mi piaceva esplorare quella sorta di latenza mentale che il viaggio provoca, il vedere le cose da una prospettiva diversa. Parlo del viaggio non come mero spostamento da qui a lì, ma come attraversamento di uno spazio, non necessariamente fisico. Insomma, il contrario di quella strana frenesia occidentale, per cui sembra che si viva solo per scappare via. Da qui nascono certe riflessioni, come quella di Vittorio quando dice: “Nella mia visione, le agenzie di viaggio sono luoghi di smistamento emotivo. E leggo in questa frenesia di viaggiare dei miei coetanei non curiosità per il mondo, ma un tentativo di esportare il proprio disagio: cambiare posto all’insoddisfazione mettendola in un altro scenario, chiedere tutto in una volta alla distanza quello che il tempo non potrebbe concedere se non a poco a poco”.

I tre protagonisti attraversano l’Italia da nord a sud. Il viaggio si snoda da Torino a Bari. Il legame con la tua città Torino è fortissimo. C’è fermento, un grande recupero urbanistico, sociale, artistico. Leggi qualche similitudine con la Puglia di questi ultimi anni?
Torino l’ho descritta molto nei miei due precedenti romanzi: Rossenotti e La Ballata delle canaglie. È una città che amo, un “luogo” in contrapposizione a certe città che sono dei “non-luoghi”. Abito in San Salvario, vicino a Piazza Madama Cristina, ed è un quartiere in cui mi sento a mio agio, dove i negozianti li conosci per nome e aleggia su tutto la dimensione del borgo. Non conosco quanto vorrei la Puglia, tranne i posti turistici ovviamente, il Gargano, il Salento sia a nord che a sud. Ho viaggiato molto in Puglia, è una regione che amo molto e infatti una delle scene principali del libro è ambientata nelle saline di Santa Margherita di Savoia, ma parlo anche di Manfredonia e di Barletta. Però lo ripeto: vorrei conoscerla molto più a fondo. Perciò non mi sento di dare giudizi: sicuramente Lecce mi è sembrata un bel posto dove vivere, ma lo dico come persona di passaggio.

Tu lavori anche per il cinema, il teatro e la televisione. Come cambia, se cambia, il tuo modo di scrivere rispetto a ciascuno di essi?
Totalmente. Il romanzo richiede energie non confrontabili con nient’altro ed è uno sforzo totalmente individuale. Cinema e tv in genere sono scritte a più mani, e poi il vero lavoro è soprattutto un’estenuante “trattativa diplomatica” tra produttore, regista e autori: io lo trovo logorante, anche perché non mi son mai seduto a un tavolo di questo genere senza che fosse presente almeno un minchione, che pur non capendo un beneamato cazzo, purtroppo in genere aveva voce in capitolo. Comunque, dopo un periodo intenso, sto lavorando poco nel settore: ho solo una sceneggiatura fra le mani, scritta insieme a Gero Giglio e al regista tunisino Hedy Krissane e, ovviamente ambientata a Torino.

Scrivere si dice che sia un esercizio solitario. Come scrittore hai un rapporto diretto coi tuoi lettori? Come è cambiato, se è cambiato, il tuo pubblico in questi anni?
Sono facile da contattare: sul mio sito c’è la mail e sono anche su facebook. Questo permette un contatto diretto con un pubblico molto vasto, che dice cose diversissime e ogni volta mi restituisce una consapevolezza “proustiana”: e cioè che la vera magia dei libri consiste nel fatto che ogni lettore, in realtà, legge se stesso.

Bella la copertina di Strade Bianche. Negli ultimi anni nell’editoria si legge un tentativo di ripensare l’oggetto libro. Qual è il tuo rapporto tra il contenuto del libro e la sua copertina?
Scarso. Però la copertina è importante, e quella di Rossenotti era talmente brutta che Augias, nel recensirlo, lo segnalò. In quella della Ballata c’era la citazione di un disco di Ben Harper, ma non credo sia venuta benissimo. Questa di Strade bianche, invece, mi piace molto, anche se la mia agente dice che è orribile. Insomma: siamo nel territorio dei gusti.

Sul tuo sito c’è il book trailer di Strade bianche. Pensi che possa portarti più lettori?
Non è realmente il booktrailer, che invece stiamo preparando. Non so quanto servano i booktrailer: forse a qualcosina, ma vuoi mettere il vecchio sano tam tam tra lettori? Quello è più potente di qualsiasi altra cosa.

Un’ultima domanda. Parliamo di musica. Sei coautore dei testi del Motel Connection e nel tuo primo romanzo Rossenotti racconti della vita notturna nei club della tua città, Torino. Che rapporto hai con la musica? Cosa ascolti? Cosa ti piace?
Quello è un esempio di com’è strana la vita. Molti anni fa andavo a vedere i concerti dei Subsonica, oggi scrivo canzoni gomito a gomito con Samuel, il loro cantante. E poi c’è dj Pisti, uno con cui puoi parlare di Fenoglio o di Norman Cook, di Herzog o di Massimo Campigli, e sei sicuro che ha sempre qualcosa di interessante da dire. In generale questa è la vera soddisfazione nell’aver scritto dei libri che sono piaciuti: per esempio, una volta andavo alle mostre di Daniele Galliano, per me uno dei vertici della pittura contemporanea, e oggi stiamo mettendo in piedi un progetto insieme. Questo sì che non ha prezzo... Comunque, tornando alla musica, ascolto principalmente tre cose: rock, rock e poi rock.
Gabriella Morelli
 

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