| ROBERT WYATT | ||||
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Quest’intervista a Rober Wyatt è stata realizzata a Londra, nella sua casa di Twickenham nell’estate 1980, come omaggio a uno dei musicisti che più hanno influenzato il pop contemporaneo e la new wave, che io esploravo durante quel soggiorno inglese. Certo, non pensavo avrebbe fatto parte di un libro.
Robert, come mai dopo un periodo di silenzio così lungo, hai deciso di ritornare a incidere un disco, e perché lo hai realizzato per Rough Trade, un’etichetta indipendente che si sta distinguendo essenzialmente per il materiale new wave del suo catalogo? Il motivo principale è che sentivo l’esigenza di lavorare, non si può stare sempre seduti a pensare. Ho scelto di incidere per Rough Trade perché non sono per nulla interessato alla politica culturale delle grosse case discografiche, la Virgin ormai si avvia a diventare la Cbs americana, e, sinceramente, i vantaggi che poteva offrirmi non mi allettavano. I responsabili di quella label mi ripetevano di poter contare su un’ottima distribuzione, ma vendere dei dischi in Giappone non è la mia massima aspirazione, in questa momento. Rough Trade, almeno, non fa del colonialismo culturale. Quali sono stati i motivi che ti hanno indotto a interrompere la tua attività per un lasso di tempo così lungo? Se devo essere onesto non sono stato mai felice di fare il musicista, suonare, per me, non è stato mai naturale, e ancora adesso non lo è completamente. Sono diventato un musicista perché non c’era veramente null’altro che potessi fare, i risultati a scuola erano pessimi, ho cambiato tantissimi lavori, il cameriere, il modello in un istituto d’arte, ma era molto più facile e più divertente fare il musicista rock. Se non hai molti soldi il rock’n’roll è una maniera fantastica di invecchiare senza grossi problemi, potrà sembrarti semplicistico, ma è questo che mi ha spinto a tornare all’attività discografica. Quali ritieni siano le più interessanti differenze tra la scena musicale psichedelica, di cui facevi parte quando suonavi con i Soft Machine, e la situazione attuale? Non penso che, in fondo, ci siano stati dei cambiamenti radicali, allora come adesso il musicista rock non è per nulla pericoloso, ma anzi corrisponde in tutto e per tutto all’immagine dell’eroe romantico totalmente integrato. Quando nel 1976 il punk scosse l’apatia totale che sembrava aver avvolto il rock, ti sei sentito coinvolto dalla cosa? La mia prima reazione è stata di nostalgia, vedevo un’altra generazione credere di poter cambiare il mondo con la musica, sperare che l’establishment britannico potesse essere scosso dal punk ma Jonnhy Rotten era un’altra figura di eroe romantico, un bravo ragazzo buono per le pagine dei giornali, ma null’altro. Tu, adesso, ritieni di essere parte del movimento new wave? Non lo so, certo apprezzo moltissimo gruppi new wave, come le Raincoats, ma mi sento molto più vicino a musicisti come Dudu Pukwana o Mongezi Feza, african dance music di qualche anno fa. E la tua scelta di incidere una versione di At Last I’m Free degli Chic? Adesso va di moda dire che la musica degli Chic è pessima, è disco music, non fa pensare, senza accorgersi che così si rinchiude in delle definizioni una materia che, per sua stessa natura, le rifugge. Non parliamo poi di chi accusa la disco di essere fascista, è solo dance music, il suo scopo si ferma lì. E la tua versione di Caimanera? Qui il discorso è un po’ diverso, attualmente sono interessato a ristabilire un eventuale collegamento tra la folk music e la rock music, è un argomento sul quale si è fatta molta confusione ancora adesso mi è difficile comprendere fino in fondo quali possano essere le connessioni tra questi due tipi di musica. Ascoltando alcuni gruppi della nuova ondata, Scritti Politti in particolare, il primo riferimento musicale che mi è venuto in mente è stata la scuola di Canterbury… Per quel che riguarda gli Scritti Politti, ed anche altre band, probabilmente l’influenza maggiore viene dai musicisti reggae. Insomma, così come la mia generazione non è riuscita a sottrarsi al fascino dei rifugiati sudafricani che suonavano qui (come Feza), adesso bisogna confrontarsi con la cultura giamaicana, senza scordare che un batterista rock difficilmente può competere con un suo collega giamaicano. Il punk era una musica nichilista, amava scagliarsi contro tutto e tutti. Tu ritieni che la musica, invece, debba avere degli obiettivi precisi? Se parli di obiettivi politici, non credo sia possibile, io sto solo facendo degli esperimenti che ritengo estremamente interessanti, realizzando i remake di cui dicevamo prima, di certo non voglio essere accusato di esotismo, di accostamento di stampo colonialista a culture musicali che non sono le mie. Si parlava precedentemente delle influenze palesi che certa new wave, la più innovativa, in definitiva, ha ricevuto da situazioni musicali ormai lontane un po’ di anni. Allora di veramente nuovo non c’è nulla. Non è per nulla vero! Ci sono state delle innovazioni di carattere tecnico, ad esempio nella registrazione dei dischi di Public Image, e poi è mutato lo stile, il modo di porsi nei confronti della materia musicale. C’è molta meno riverenza adesso, più velocità, e poi ci si è scrollati di dosso la deleteria influenza della tradizione accademica, che invece è stata una costante della mia generazione. Vedi ancora la gente con cui suonavi all’epoca di Canterbury? Sono ancora amico di Dave Stewart e Pip Pyle (morto nel 2006, ndr), ma non ho più molti contatti con tutta quella gente, né ricordo con molto piacere quel periodo, francamente non è un bel posto Canterbury, soprattutto per viverci. Ma come è stato possibile che in una città di provincia del genere, esplodesse tutto quel fervore musicale? Guarda che la famigerata scena di Canterbury non è mai esistita fino a quando noi non ci siamo trasferiti a Londra, tutta la mitologia è nata da nostre discussioni a Londra. Finché son vissuto a Canterbury, quello che si faceva era ascoltare dischi di Ornette Coleman e Max Roach e della Tamla Motown. Non c’erano altre attività possibili, Canterbury è una chiesa più alcune banche, tutto qui. Poi c’era un gruppo di studenti che facevano gli anarchici e che suonavano, giusto perché non sapevano cos’altro fare. Io, Kevin Ayers, Daevid Allen, tutta gente proveniente da famiglie agiate, e che quindi poteva permettersi di non conformarsi al grigiore della città. Pensi che in termini di feeling sia possibile un paragone tra il periodo dei Soft Machine e quello attuale? Certamente! Io sono fermamente convinto che il motivo fondamentale del grande successo del punk sia nella nostalgia della pericolosità di un gruppo rock, naturalmente questa pericolosità è solo un’illusione, credo faccia piacere sentirsi in qualche modo partecipi di un atto che si immagina ai confini con il lecito. Per me è questa, poi, la ragione del mod revival e dei trionfi che una band come i jam, palesemente ispirata agli Who degli anni cattivi, sta ottenendo. Pierfrancesco Pacoda
(intervista tratta dal volume New Wave. La scena post punk inglese 1978/1982, Nda Press)
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