| FEDERICO GUGLIELMI | ||||
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È sempre emozionante intervistare qualcuno che in qualche modo ha influenzato la tua crescita. In questi pochi anni che scrivo di musica ho notato con estremo piacere che non ho la fascinazione per i musicisti ma piuttosto per personaggi che stimo per passione, coraggio, storia.
Uno di questi è sicuramente Federico Guglielmi, classe 1960, curriculum di quelli che pesano. Attualmente sulle pagine di Mucchio Selvaggio, Mucchio Extra e Audio Review, già sulle pagine di Velvet, Rockerilla e Bassa Fedeltà, è autore di libri sul punk come su Carmen Consoli e conduttore radiofonico. Con lui abbiamo parlato di vita e musica due elementi che, nel suo caso, camminano di pari passo. Quello del giornalista musicale è un mestiere strano, è una pratica di scrittura che mette a nudo la sensibilità di chi scrive e quindi lo espone moltissimo. Allo stesso tempo, però, il giornalista rischia sempre di rimanere nell’ombra perché parla di star, di personaggi mitici. Detto così sembra romantico, cosa pensi a riguardo? La storia del giornalismo musicale, a livello planetario e non solo qui in Italia, è piena di miei colleghi che sono divenuti “star”: la maggior parte solo nell’ambiente e pochi anche al di fuori di esso, ma non si può negare che questo mestiere può dare una certa visibilità. Personalmente mi rendo conto di avere acquisito, visto il mio muovermi tra scrittura, radio, produzioni discografiche e apparizioni pubbliche di vario genere, una discreta fama: insomma, non mi sento “nell’ombra” ma, al contrario, fin troppo alla luce del sole. È un effetto collaterale del mio lavoro che, comunque, non mi esalta né mi disturba… ma che non ho mai cercato: ho scritto sempre e solo quello che ritenevo giusto scrivere, con il mio stile comprensibile e sobrio. Peccato, invece, che esistano giornalisti che in una recensione o un articolo vedono uno strumento utile per farsi notare: ad esempio, con stroncature volutamente esagerate, o con prose cervellotiche e poco decifrabili che li faccia sembrare più brillanti. La scrittura musicale ha varie forme, varie scuole di pensiero. Tu quante ne riconosci? Tantissime: c’è chi preferisce raccontare le storie che stanno dietro gli artisti e i dischi, chi si lancia in dissertazioni di tipo tecnico, chi punta ad analisi di tipo “impressionistico”, chi affronta le questioni partendo dal proprio vissuto, chi nelle recensioni descrive nel dettaglio le canzoni e chi non ne nomina affatto, chi cerca tutti i collegamenti di ogni disco e vuole enumerarne tutte le influenze… E ci sono anche quelli che, semplicemente, copiaincollano i comunicati e ci mettono sotto la loro firma. Chi scrive di musica, vive di musica. Spesso travalica le pagine e diventa altro. Ci racconti la tua avventura di produttore? Il primo disco, nel 1983, lo feci senza pensarci troppo su, per gioco… poi, tre anni dopo, le cose divennero più serie e la mia etichetta - la High Rise - fu il mezzo attraverso il quale cercare di “restituire” al rock almeno una piccola parte di ciò che mi aveva dato, realizzando dischi che probabilmente nessun altro avrebbe pubblicato: ci perdevo soldi sapendolo in partenza, ma andava bene lo stesso. Mi piaceva molto soprattutto seguire le band in studio, collaborare alle strutture e agli arrangiamenti dei brani, organizzare le registrazioni: l’ho fatto per la mia piccola label ma anche conto terzi… per la Hiara (Rats), la Spittle (Not Moving), la Electric Eye (Sick Rose), la RCA/BMG (Fasten Belt). Nel 1995 avevo deciso di smettere definitivamente per mancanza di tempo, ma l’anno scorso sono tornato “in cabina di regia” per gli Strange Flowers, il cui ultimo album è uscito per la Go Down. Però di sicuro non avrò mai più un’etichetta, e sono dubbioso se proseguire, se capitasse, l’attività di produttore artistico: da un lato temo che i gruppi potrebbero volermi ingaggiare non per le mie capacità - reali o presunte - ma per cercare di ottenere benefici promozionali grazie alle mie conoscenze, dall’altro non vorrei che qualche mio “protetto” fosse penalizzato dal mio non essere simpatico proprio a tutti… Sei stato in qualche modo un personaggio chiave nel processo di documentazione di anni cruciali per il rock italiano. Ce ne racconti qualche sprazzo o episodio più significativo? Ci sarebbe materiale per un libro… e infatti, prima o poi… Comunque, sì, ne ho viste parecchie: gli Skiantos che sul palco cucinavano gli spaghetti invece di suonare, i Litfiba esibirsi davanti a qualche decina di spettatori per lo più disinteressati nel loro primo concerto romano, Ferretti e Zamboni dietro il banchetto della “I dischi del mulo” a un “Independent Music Meeting”, cioè il papà del MEI… Credo che potrei avere uno o più aneddoti per ciascuna band o solista potresti nominarmi… ma ci vorrebbe, appunto, un libro. Il giornalismo musicale in questi anni si è evoluto o per lo meno è cambiato. Dove credi si stia indirizzando l’editoria musicale? Verso un baratro fatto di “copiaincolla” in Rete e di pur volenterosi ragazzini che dopo aver ascoltato cento album scaricati dalle Rete si sentono già legittimati a scrivere di musica, magari avendo solo una vaga idea della lingua italiana? Questo è il presente, fatto di giornali che vendono pochissimo ed editori preoccupati solo di riempire le pagine con gli scritti di gente che è disposta a lavorare gratis, di siti che per lo più - ci sono ovviamente eccezioni - imitano le riviste di carta e di blog che nessuno legge. Credo che avrà una possibilità di futuro solo chi riuscirà a porsi come “filtro” autorevole dell’insostenibile tsunami di musica senza senso di questi giorni, sapendo contemporaneamente raccontare e “spiegare” in modo interessante e stimolante quella del passato. Fare “cultura”, insomma, anche se per i pochi ai quali la cultura interessa. Inutile dire che Internet ha abbattuto molti confini. Oggi molti si improvvisano critici. Quali credi siano gli ingredienti fondamentali per un critico musicale? Al termine “critico” preferisco “giornalista”. Per risponderti: miglior conoscenza possibile di tanta musica di generi diversi, passione, buona capacità di utilizzo della lingua italiana, coraggio di esprimere il proprio pensiero. Hai attraversato decenni incredibili per il rock. Ricordi l’emozione del primo ascolto di qualcosa di assolutamente rivoluzionario? Non è detto che una grande emozione debba per forza derivare da musica innovativa. Riferendomi a scoperte “in tempo reale”, mi vengono in mente i Talking Heads di I Zimbra, i Cure di Killing An Arab, i Joy Division di Love Will Tear Us Apart, i Nirvana di Smells Like Teen Spirit… Si capiva immediatamente che si trattava di canzoni e band che sarebbero rimaste, e infatti… Domanda di rito: consigliaci tre dischi imprescindibili per capire il rock. Solo tre? Un bel problema. Te ne dico tre per inquadrare, a grandissime linee, il “mio” rock: il primo dei Velvet Underground, Goodbye And Hello di Tim Buckley, No Control dei Bad Religion. Senza questi non potrei vivere, così come senza altri… boh, almeno trecento che non mi permetti di elencare. Ancora una domanda di rito: la cosa più bella che stai ascoltando in questo momento. Cattive abitudini, il ritorno dei Massimo Volume: è come una droga. Osvaldo Piliego
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