| Antonio Errico | ||||
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Nelle ultime pagine del libro ci presenti il protagonista, stordito dai suoi stessi pensieri che continuamente si rincorrono sull’urgenza di trovare una risposta al perché del raccontare. Tu perché ci hai raccontato questa storia? C’era in te una ferita da guarire? O un’urgenza di ricomposizione del passato? E perché questo titolo? Volevo raccontare la storia di qualcuno che ritorna in un luogo che ha lasciato e trova tutto cambiato, stravolto, oppure concluso. Nessun luogo è mai così come lo abbiamo lasciato e nessuna creatura resta identica a quella che ricordiamo. Nessuna storia dell’esistere dura in eterno. Probabilmente volevo raccontare questo attraverso personaggi che hanno una valenza archetipica: la madre, una donna amata e amante, una figlia, un padre, se stesso. Non c’è nessuna ragione di tipo personale all’origine del romanzo, se non una intenzione di confrontarsi con la dimensione del ritorno e della coscienza del tempo. Questa è la verità. Poi aggiungo che se ci fosse un motivo o un movente personale comunque non lo direi. Sono convinto che le intenzioni dell’autore non contano nulla. Conta solo quello che dice un testo. Il titolo è il sintomo di un eccesso, di una sovrabbondanza emotiva che a volte sfocia nel delirio dei personaggi, nello stralunamento da cui sono rapiti.
La tua scrittura, sempre molto viscerale e impulsiva, questa volta mi dà l’impressione di essere per necessità così passionale e onnicomprensiva, mi verrebbe da dire: le parole dei personaggi sembrano voler raccontare il mondo tutto, il bianco e il nero, la forza e la debolezza, il bene e il male. Dici benissimo. Loro vorrebbero poter dire tutto il possibile e invece, come tutti, si devono fermare sulla soglia dell’espressione possibile, del dicibile che spesso è molto meno rispetto al pensato, o al sognato, all’immaginato. I loro discorsi procedono per accumulo lessicale, con una tensione disperata a trovare tutte le parole per dire il contrasto, la contraddizione, lo spavento, lo stupore, la gioia, il dolore.
La memoria ha una parte importante in questo tuo lavoro, è quell’ombra grigia dentro la quale ognuno ritrova i suoi fantasmi e prova a ragionare con essi. Allo stesso tempo la capacità di dimenticare sembra essere l’unica possibilità per liberarsi dal peso del vivere, da ogni forma nella quale ci costringono lo sguardo e il sentirci degli altri. La battaglia costante tra memoria e oblio credo che sia una condizione fondamentale della vita di ogni uomo. E forse non si può fare altro che raccontare questo contrasto collocando la narrazione in una sorta di zona franca nella quale la coesistenza di memoria e dimenticanza consente il confronto con il proprio presente, con il proprio ritrovarsi in un tempo e in una situazione che costituisce in qualche modo l’identità. In fondo i personaggi di Stralune si confrontano con una identità frantumata o comunque messa in crisi dal contrasto tra una memoria prepotente, in qualche caso ossessiva, e un desiderio di dimenticanza, in qualche caso anche di rimozione del passato.
Memoria e destino sono indissolubilmente legati nel romanzo; ce li presenti come due aspetti complementari e direttamente proporzionali. Anche nella tua vita riconosci un legame tra i due? Indubbiamente si. Noi siamo esattamente quello che la nostra memoria ci porta ad essere. Più o meno inconsciamente noi andiamo sempre per una strada che la memoria ci indica. Torniamo sempre verso casa. Quando ce ne allontaniamo lo facciamo soltanto per avere desiderio di tornare.
Chi ti conosce sa che sei una persona molto pratica e puntuale nel tuo lavoro di dirigente scolastico. Chi legge i tuoi libri si ritrova davanti ad una scrittura che è tutta istinto, pulsione, spinta emotiva. È il solito caso della distanza tra autore reale e autore implicito, o c’è altro? Bella domanda. Difficile. Il mio lavoro si può fare soltanto con una tensione pratica e con principi rigorosi. Poi credo che sia la pratica che il rigore dei principi debbano avere come presupposto e orizzonte una dimensione utopica che è fondamentale nell’educazione e nella formazione. Anche nel lavoro di scuola c’è una componente d’istinto, di pulsione, di spinta emotiva che ti dà la motivazione per affrontare la routine e l’incombenza delle problematiche. Questo mestiere mi ha insegnato a governarmi, a contemperare componenti diverse della personalità. In effetti sono più come si può capire che io sia dai libri che come a volte posso sembrare a scuola. Però so anche che le persone che a scuola mi sono più vicine non notano una grande differenza. Non credo, sinceramente, di avere una doppia personalità. Semplicemente cerco di essere coerente rispetto a quello che c’è da fare. Se a scuola facessi lo scrittore sarebbe un disastro . E sarebbe un disastro se facessi il dirigente quando scrivo due righe di un articolo o di un romanzo. Stare in una scuola e scrivere sono le sole cose che mi piace fare. Probabilmente perché sono le uniche in cui me la cavo alla meno peggio. Per tutto il resto sono assolutamente negato. Michela Contini
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