Alessandro Leogrande
Scritto da Fulvio Totaro    Domenica 08 Febbraio 2009 10:35    PDF Stampa E-mail
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altLavoratori stranieri, per lo più polacchi o romeni, ma anche africani, venuti in Puglia con la promessa di un lavoro stagionale nei campi: raccogliere pomodori per guadagnare un po’ di soldi da portare a casa. Giovani e meno giovani che, arrivati nel Tavoliere, sono stati schiavizzati da caporali spesso connazionali (ma alle dipendenze di proprietari italiani), costretti con le minacce e la violenza a lavorare fino a dodici ore sotto il sole, sottopagati e spesso non pagati. Costretti anche a non protestare e a non scappare. Fino alla morte, per qualcuno, ammazzato a bastonate o stremato dalla fatica. Fino a quando qualcuno non è riuscito a scappare e a raccontare, con molta paura. E così, dopo le pressioni della stampa e della politica polacca sono partite le indagini, i blitz e anche un processo che ha portato alla condanna dei primi caporali.

 

È una storia pugliese quella che il tarantino Alessandro Leogrande ha raccontato in Uomini e caporali, un libro pubblicato da Mondadori. Una storia che non è ancora finita e che ha ormai una dimensione globale, ma ci riguarda da vicino. Ci sono zone della Puglia lontane e in parte sconosciute per chi vive nel Salento oppure a Taranto. Eppure basta pensare a un viaggio fatto in macchina o in treno, verso nord, per ricordarsi di aver attraversato il panorama del Tavoliere e della campagna foggiana: "Uno dei cuori della produzione mondiale di pomodoro (oltre il 30% della produzione nazionale) che conserva i tratti di un’economia arcaica e medievale. Basta fare pochi chilometri per arrivare in un altro mondo e scoprire luoghi con la loro vita. Man mano che si esce dalla città o dai paesi, le campagne diventano non italiane: nelle borgate, nei casolari la base della produzione agricola non è italiana: si trovano centinaia, migliaia di stranieri che vivono e lavorano in un regime di segregazione e sfruttamento". Nel libro ci sono le storie di chi è riuscito a scappare e ha permesso che questo caso esplodesse, ma anche le storie di braccianti stranieri trovati morti nelle campagne pugliesi e che sono rimasti senza nome. Le resistenze iniziali e il modo in cui anche alcuni pugliesi si siano attivati contro il caporalato.

 

Sono vicende degli ultimi anni eppure per molto tempo sembra che nessuno se ne sia accorto, o forse, semplicemente, nessuno ne parlava?

Ora che la bolla è esplosa, c’è maggiore consapevolezza ma è una situazione in cui si mischiano tante cose: l’indifferenza, come dappertutto, come c’è stata per l’Ilva a Taranto dove solo ora la gente comincia a incazzarsi. Indifferenza rispetto a qualcosa che sta ai margini. Ma in parte c’è stata anche connivenza con l’imprenditoria agricola che si è servita di caporalato schiavistico. E poi anche xenofobia strisciante dei paesi del Sud verso i neri e verso gli stranieri venuti dall’Europa dell’est.

Ma come è possibile questo scollamento per una comunità che per decenni è stata contadina?

Quelli che usano i caporali oggi, sono i figli dei vecchi padroni, ma anche i figli dei vecchi cafoni. Questo è il frutto del fallimento della riforma agraria che negli anni Cinquanta ha provocato un frazionamento eccessivo della proprietà dei terreni agricoli invece di incentivare, per esempio, la creazione di cooperative di contadini. Ma c’è anche un fatto culturale in senso ampio, antropologico: è come se noi avessimo ammazzato la campagna e la civiltà contadina, salvo poi farle risorgere in modo edulcorato nei canti popolari o nel teatro. È come se l’emigrazione al nord o il trasferimento delle città negli anni dello sviluppo industriale, avessero chiuso questa storia, che però non si è affatto chiusa: si è invece popolata di nuovi attori e il quadro è cambiato: ora è diventato un fenomeno di portata globale che ha coinvolto in maniera diversa braccianti provenienti dall’Africa e dai paesi dell’est. Ma la produzione agricola è andata avanti con un sistema che è rimasto arretrato e ha spinto sulla diminuzione del costo del lavoro, portando avanti la vecchia cultura, quella del caporalato.

 

Nel libro racconti dei braccianti e caporali venuti dalla Polonia, poi dalla Romania e dall’Ucraina, ma anche dei lavoratori africani. Questi nuovi schiavi, non sembrano tutti uguali.

In molti casi i braccianti che arrivano dai paesi neocomunitari sono stagionali in senso stretto: si fermano solo pochi mesi. Gli africani invece più spesso si stabiliscono in questi posti. Per esempio, c’è un villaggio africano a Rignano Garganico. Ma è difficile dire chi sta peggio: chi vive in condizioni di violenza estrema per tempi brevi, o chi sopravvive ai margini della società per anni? È una domanda a cui fanno fatica a rispondere anche i volontari di Medici senza frontiere che in questi anni hanno monitorato le zone dello sfruttamento nella produzione agricola tra Puglia e Calabria.

 

Nel libro racconti insieme le vicende di questi anni e una storia di rivolte contadine degli anni Venti. Perché questo parallelismo?

Non tanto per dire che il presente sia il risultato di ferite del passato, ma per mostrare che le vittime di oggi, gli stranieri morti e non sepolti o sepolti e non pianti, sono i figli o i fratelli dei braccianti ammazzati o sfruttati nel passato. Per mostrare che c’è una storia di violenze che si riproduce e il libro è il tentativo di metterla insieme per far reagire il lavoro dello storico sulle rivolte contadine all’alba del fascismo e il lavoro del giornalista sul nuovo caporalato schiavista di questi anni.

Fulvio Totaro

 

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