LES FAUVES
Scritto da Tobia D'Onofrio    Mercoledì 08 Luglio 2009 10:07    PDF Stampa E-mail
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Sono uno dei gruppi di punta della scuderia Urtovox, piccolo re mida della discografia indie italiana. I Les fauves con questo Liquid Modernity spiazzano e dividono pubblico e critica. Secondo capitolo di una trilogia questo nuovo album mette da parte i giovanilismi e decide di fare sul serio.

Basta ascoltare i primi tre brani del vostro ultimo album ed il vostro eclettico programma appare subito chiaro. Si sentono la psichedelia e il garage dei ‘60, ballate esotiche, pulsioni dance, la new wave dei '70, ma ciò che colpisce di più è la tensione tra lo spirito garage-punk che caratterizza molti dei vostri patchwork e l'attenzione verso i dettagli che spesso e volentieri sforna cambi e arrangiamenti interessanti. Quello che intendo dire, è che senza dubbio l'approccio dadaista e giocoso investe sin dalla copertina, ma sembra anche che la ricerca di soluzioni musicali "originali" sia una parte importante del vostro lavoro. Quanto vi prendete sul serio, insomma e dove conduce la vostra ricerca?

Non ci prendiamo granché sul serio a dire il vero, il tutto é inteso come gioco, come prendere tanti ingredienti, frullarli insieme e poi cercare di ridargli un ordine, destrutturare e ricomporre in nuove forme, eliminare gli schemi fissi per crearne di liquidi. Il fatto che il nostro eclettico programma sembra subito chiaro un po' mi preoccupa.

Mi sembra che Liquid Modernity si rifaccia soprattutto alla new wave americana, in particolare Devo, Residents e Pere Ubu. Sono davvero stati questi i vostri ascolti?

In parte si, siamo grandi ammiratori di quei gruppi, come anche della scena no wave di new york, come Linda Lunch o i Contortions, ma ciò che ci accomuna a loro non é tanto la musica in sé, quanto l'approccio iconoclasta credo, per il resto si tratta di gruppi esistiti in un altro posto e in un'altro periodo e noi non cerchiamo di fare revival.

Il disco è il secondo capitolo di una trilogia. NALT significa Noise Arms Limitation Talk. Che vuol dire, esattamente?

È preso dai trattati di non prolificazione delle armi di distruzione di massa, fra la Russia e gli Stati Uniti, durante la guerra fredda, quelli si chiamavano SALT, e ce ne furono tre, in quel periodo il batterista stava studiando storia contemporanea e l'analogia ci é sembrata carina.

Avete immediatamente attirato l'attenzione della critica e della stampa internazionale, il che non accade tutti i giorni ad una band italiana. Ovviamente vi farà piacere, visto che ogni musicista sogna di portare in giro le sue canzoni in tutto il mondo. Ma a partire dalla scelta della lingua Inglese, sembra che il vostro target, sin dall'inizio, fosse da qualche altra parte, oltre i confini nazionali. È soltanto una mia impressione?

Hihi, il nostro target é potenzialmente oltre i confini planetari! No, a parte gli scherzi penso che quando qualcuno comincia un lavoro non dovrebbe partire ponendosi dei limiti, deve seguire le proprie inclinazioni naturali. Nel nostro caso sono testi in inglese e musiche al limite della comprensibilità.

Forse Keep living in a Subway è il brano in cui emerge più chiaramente la classica struttura strofe e ritornello, così a metà tra Barret e i Flaming Lips. Avete evitato consapevolmente la forma canzone tradizionale?

Si, abbiamo cercato di giocare con le strutture tradizionali, mescolare un po' le cose. Abbiamo volutamente evitato i cliché, oppure li abbiamo esasperati fino al paradosso.

Ho letto che avete realizzato una colonna sonora. Come è nata questa collaborazione che ha portato all'acclamato film del Festival di Venezia, Non Pensarci? Che tipo di esperienza si è rivelata, cosa ha rappresentato per voi?

Ci hanno chiesto di usare un nostro pezzo per quel film e noi abbiamo accettato a scatola chiusa, senza nemmeno guardare il film o informarci sul regista. Fortunatamente poi siamo stati invitati alla proiezione a Venezia e il film era una bella commedia, al di sopra della media italiana.

Mentre la collaborazione con Swayzak, il duo elettronico londinese su K7? È stata una vostra idea?

Conosciamo molto bene Francesco Brini, il loro batterista, é un nostro grande amico e ha mixato anche parecchi pezzi nell'album. Ci ha chiesto lui di collaborare e noi abbiamo accettato più che volentieri.

Nonostante la quantità enorme di sonorità differenti, ogni passaggio sembra comunque ricercato e studiato nei dettagli. Come nascono i vostri pezzi? Scrivete insieme tutto il materiale?

Beh, di solito si parte da una struttura per la ritmica, un giro di basso più batteria, una struttura che di solito comprende già una linea vocale e tutti i vari cambi, che per questo possono essere anche audaci ma non sono mai artificiosi, e su questo poi si condisce di roba. È un po' come accade con un quadro o con una scultura: si fa prima una struttura portante e poi la si lavora fino ai particolari.

Parlatemi del vostro tour americano, avete avuto la possibilità di entrare in contatto con la fiorente scena neo-psichedelica? Ma soprattutto credete che esista davvero e quali sono i gruppi che seguite maggiormente?

Beh, non é stato un vero e proprio tour, abbiamo suonato solo all' SXSW ad Austin, per i restanti sei giorni siamo stati a zonzo per il Texas, é stato un bel viaggetto on the road, una bella sfacchinata ma ne è valsa la pena. La scena neo-psichedelica però non l'abbiamo vista neanche da lontano, apprezziamo comunque molto gruppi come Clinic e Animal Collective

Tobia D'Onofrio

 

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