OMAR DI MONOPOLI
Scritto da Dario Goffredo    Giovedì 10 Giugno 2010 18:33    PDF Stampa E-mail
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Giunto al capitolo finale della sua trilogia western pugliese Omar Di Monopoli ci colpisce nuovamente con la sua prosa originalissima. Siamo ormai abituati, ma non per questo assuefatti, alle sorprese linguistiche, alle ambientazioni iperrealistiche, ai suoi personaggi strepitosi, alle situazioni paradossali ma che sembrano tanto più vere quanto più l’autore dice di non voler parlare della realtà.
La Legge di Fonzi conferma Di Monopoli nella scuderia dell’editore Isbn, e lo conferma come una delle voci più interessanti della narrativa italiana contemporanea.
Con questo La legge di Fonzi si chiude la tua trilogia western pugliese. Sei soddisfatto del percorso che hai tracciato?
Certo, moltissimo: è esattamente l’obiettivo che avevo in mente, mappare porzioni non molto conosciute della mia regione attraverso uno sguardo iperbolico, all’inseguimento di una visione letteraria capace di contenere Faulkner e Sergio Leone, l’epico e la denuncia sociale, lo scarno con il barocco: un esperimento un po’ pop, insomma...

Di tutti i tuoi romanzi questo mi sembra l’unico nel quale tu lasci un barlume di speranza. è un’impressione sbagliata la mia?
Sai, in realtà tutti e tre i romanzi, a ben guardare, contengono un filo di speranza. Magari sono stato molto bravo a nasconderla, è un talento anche quello, in fondo!

Il finale è pressoché aperto, lasci insoluti alcuni nodi. Come mai questa scelta?
Io - e credo che chi segue il mio lavoro ormai lo abbia perfettamente compreso - attingo a parecchio cinema e a tanta letteratura americana, per cui ho mutuato da questi modelli alcune strategie narrative: lasciare insoluti alcuni spunti permette al lettore di lavorare con l’immaginazione, stabilendo una sorta di interazione con ciò che leggono e con quello che l’autore ha creato per loro. Comunque in realtà molti degli snodi che restano sospesi sono tali solo apparentemente, più che altro in quest’ultimo romanzo subentra la componente soprannaturale, con un personaggio, il Fonzi del titolo, che sino alla fine non sappiamo esattamente cosa sia: un fantasma, un killer, un ravenant...

Trovo Fonzi uno dei più riusciti personaggi che ho incontrato ultimamente. Mi sei sembrato particolarmente ispirato nel disegnarlo. Da dove nasce Giovanni Fonzi?
Fonzi, oltre al debito del soprannome derivante evidentemente dal mitico Fonzarelli di Happy Days, è in realtà la trasposizione ai giorni nostri di un personaggio lugubre e decisamente interessante di un piccolissimo, scalcagnato western all’italiana: Django il Bastardo (Sergio Garrone 1969), anche là c’era questo pistolero che sembrava essere tornato dall’inferno per vendicarsi... io l’ho solo un po’ reso più affine alla mia poetica intrisa di cagnacci e sfasciacarrozze, et voilà: Fonzi era bello e pronto!

Ancora una volta hai fatto un lavoro ottimo sulla lingua. Da un lato c’è il tuo linguaggio, ricchissimo e a tratti inusitato, dall’altro il linguaggio paradialettale dei tuoi personaggi che entra anche nella narrazione, creando un cortocircuito linguistico. Che tipo di lavoro hai fatto in questa direzione?
Ormai dopo tre libri penso si possa parlare, senza sembrare presuntuoso, di una mia, personalissima «voce» letteraria, che mescola il vernacolo a descrizioni auliche guardando ai grandi maestri (oltre al Grande Sudista già citato, Faulkner, che pure in lingua originale era inarrivabile nel codificare gli idiomi e gli slang della sua terra, penso al lavoro di James Lee Burke, oppure, arrivando a casa nostra, al grande Fenoglio, che meticciava l’italiano con l’inglese e il francese inventandosi verbi e avverbi molto onomatopeici).

Nel tuo romanzo si muove un’umanità ai margini, che sembra non poter sperare in un riscatto, o addirittura che sembra non cercare un riscatto; c’è una terra durissima, dove sembra che solo chi è più duro di essa possa andare avanti; c’è una corruzione generalizzata, che penetra anche in chi non è direttamente coinvolto. Che terra e che tempi sono questi in cui viviamo?
Io non faccio che ripeterlo: un artista si fa carico dello strappo, della violenza che impregna la realtà e attraverso la sua personale rappresentazione la da in pasto a chi lo ascolta per mezzo anche dell’esagerazione: per cui, nel mio caso, la capacità di descrizione spesso viene accantonata in favore, appunto, dell’iperbole. Ma il vero dramma è che il mio espressionismo - così fumettistico e talvolta caricato sino all’intollerabile - sovente viene scambiato da chi legge per realtà documentaria, quindi, ahinoi, ciò significa che la cattiveria che ci circonda è con tutta evidenza ben superiore a qualsiasi operazione di fantasia.

Ora che la tua trilogia è giunta al termine, quali sono i tuoi prossimi progetti?
Ho già firmato con lo stesso editore per il prossimo romanzo: una storia di bambini ai tempi della prima, dura battaglia antinucleare nel Salento periferico degli anni ‘80.
Dario Goffredo
 

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