FRANCESCO DIMITRI
Scritto da Dario Goffredo    Giovedì 13 Maggio 2010 11:32    PDF Stampa E-mail
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Siamo spesso portati a pensare (specie nella società gerontofila nella quale viviamo) che il “maestro”, nel senso etimologico del termine, e cioè “il più grande”, sia un tipetto con la barba bianca e un'esperienza pluridecennale alle spalle. Eppure, alle volte, capita che un vero e proprio maestro ci si possa parare davanti con un paio di occhiali da sole e un tatuaggio di Spiderman, che sia più giovane di noi, eppure abbia tante e tante cose da poterci insegnare. Quando ho iniziato a leggere Alice nel Paese della Vaporità la mia prima impressione, dopo appena dieci pagine è stata quella di trovarmi di fronte a una prosa magistrale.
Francesco Dimitri riesce a catturarmi come pochi autori italiani sanno fare. La sua prosa scorre via senza difficoltà, senza intoppi. Si ha la sensazione, leggendo i suoi libri, che lui non abbia fatto il minimo sforzo a scriverli. Ma non è così. Questo suo ultimo, bellissimo, romanzo, pubblicato niente meno che da Salani (quella della vera regina d'Inghilterra, la J.K. Rowling di Harry Potter, per intenderci), Francesco ci ha messo otto anni per scriverlo. E otto anni sono tanti. In otto anni si cambia, si cresce, e quindi questo romanzo è cambiato e cresciuto con lui, fino a raggiungere la forma di crisalide e spiccare il volo, in una bellissima manifestazione di arte narrativa.
Alice è una favola, tutti la conosciamo, ma nessuno di noi ha mai pensato che Alice potesse assumere le sembianze che Francesco Dimitri le ho donato. Mi sono innamorato di questo libro e credo che chiunque lo legga non può che subirne la fascinazione.
Ho intervistato Francesco su skipe, perché vive a Londra, e riporto la nostra conversazione quasi così com'era, senza mediazioni.

Peter Pan prima e Alice nel Paese delle Meraviglie poi. Che cosa c'è nelle fiabe dell'Inghilterra vittoriana che ti affascina così tanto?
l'Inghilterra Vittoriana era un mondo simile al nostro: una grande civiltà piena di contraddizioni, che già iniziava a declinare. C'erano le macchine e c'erano gli spiritualisti, c'erano gli scienziati e c'erano i maghi. Era un mondo senza certezze, di cambiamenti folli, rapidissimi. L'immaginario vittoriano racconta un mondo così, nero e surreale - ed è un mondo in cui mi trovo a mio agio.

Che differenza c'è tra il lavoro fatto da Angela Carter e quello che fai tu?
Uhm... è una domanda da fare a una terza persona, direi! Comunque: il mio è forse meno filologico e più punk (ammesso che questa risposta abbia un suo perverso senso).

Intendevo ovviamente se in qualche modo (anche remoto) il lavoro della Carter possa averti ispirato.
Mi piace moltissimo, ma è una cosa cui non avevo mai pensato. forse sì - però lo scopro ora... (che poi, anche questo è il bello delle chiacchierate.

Sicuramente lei è più filologica ma forse tu riesci a restituire alle fiabe una vita del tutto nuova e inaspettata grazie al tuo racconto (che poi è uno dei tempi fondamentali di Alice, mi pare).
Sì, esattamente. Io credo che il migliore servizio che si possa rendere, alle storie che ci hanno colpito, sia di... buttarle a terra e ricominciare. Mantenendone intatto lo spirito, ma non la lettera. E lo spirito di Alice e Peter Pan è, appunto, nero, surreale in modo anche disturbante. Alice in particolare: è una delle storie più malate mai scritte, credo.

E a proposito di questo: su Alice sono state scritte mille interpretazioni diverse, sono state date mille letture, tra cui la più celebre forse è la lettura di Alice come viaggio allucinogeno. Quello che mi piace nella tua riscrittura è invece il sovvertimento del concetto di allucinazione...
È una cosa in cui credo davvero: il confine tra “realtà” e “allucinazione” è ideologico, una comoda balla che ci raccontiamo per vivere tranquilli. Abbiamo delle percezioni, e abbiamo dei preconcetti che dicono quali siano “vere” e quali “no”. Preconcetti che selezionano in partenza cosa vediamo (e sentiamo, e gustiamo) e cosa no. Se vediamo un fantasma, pensiamo di aver visto un gioco di ombre - ma magari ogni gioco di ombre è un fantasma che aspetta di essere visto.
Pretendere di essere certi di qualcosa non è “scientifico” o “razionale” - è... infantile, nel senso peggiore della parola.

La Carne, l'Incanto, il Sogno sono l'elemento più forte di Pan che ritorna in questo tuo nuovo libro. Ed è una delle cose più affascinanti della tua poetica. È proprio di questo che stai parlando giusto?
Esattamente. È ovvio che questo, a sua volta, è un modello tra tanti, non più “reale”. Ma proprio perché è narrativo, mitologico, a suo modo credo funzioni.

E proprio come in Pan sono le storie che creano il mondo. Quindi per ogni possibile storia che possiamo inventare c'è una possibile realtà che si crea? Questo mi ricorda la frase di Wittgenstein “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”.
Sì, esattamente Wittgenstein (o Robert Anton Wilson, in un campo radicalmente diverso, o Crowley e un bel po' di tradizione magica). Io credo, sinceramente, che la cosiddetta “realtà” sia solo una storia di grande successo. Ma ce ne sono altre, tante altre.
Ed è il motivo per cui la letteratura cosiddetta “realistica” non mi interessa: trovo che sia una... scusa. Anche se, ovviamente, questo non significa che se in un libro non c'è un drago non lo leggo.
Ma se qualcuno prova a vendermi un libro dicendomi che “parla della nostra realtà”, rispondo “della tua, semmai: non mi tirare in mezzo!”

Un altro elemento di convergenza con Pan è la presenza di un antropologo. Che cosa rappresenta per te l'antropologia?
Un sogno tradito. Una disciplina che ha promesso una profonda comprensione dell'uomo, e che per un certo periodo l'ha anche data... ma poi ha rinunciato a tutto in cambio di rispettabilità e un posto caldo in Accademia.

So che hai lavorato a lungo ad Alice nel paese della Vaporità. Che cosa rappresenta per te questo libro?
Otto anni di vita e la chiusura di un ciclo. Scrivendo la prima stesura, ho capito una serie di cose su di me e su come la pensavo sul mondo - cose che non mi hanno più abbandonato. Non è un libro a tema, intendiamoci. Ma scrivere è sempre anche un esercizio su te stesso. E questo è stato un esercizio... intenso.

Cosa ne pensi di questo ritorno di moda del misticismo e della magia?
Che non so quanto sia serio. Molto spesso quando si parla di “misticismo”e “magia”, si parla in realtà di forme di materialismo molto semplicista cui viene messo un abito nuovo e un po' di belletto. La magia è prima di tutto una visione del mondo, radicalmente alternativa a quella dominante - e un'alternativa radicale richiede sempre un prezzo. Altrimenti è new age, integralismo religioso (o ateo, che è lo stesso), altro, insomma.
Insomma: meglio leggere Bergson che leggere... boh, non so, molte altre cose.

Per me va bene così. Vuoi aggiungere qualcos'altro?
Sei tu il maestro di cerimonie, in questo caso! Quindi se per te va bene, per me è ok...
Solo un'ultima cosa: questo è il sito del libro:
http://www.alice.salani.it
La cosa bella è che chiunque vorrà potrà pubblicare la “sua” versione della Steamland - con racconti, foto, disegni, video, quello che gli pare là sul sito: tutti possono usare l'ambientazione del libro, finché non lo fanno a scopo di lucro. Mi sembrava un modo carino per rompere alcune barriere.
Dario Goffredo
 

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