| DAVIDE ENIA | ||||
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Davide Enia, palermitano classe 1974, è attore e autore dei suoi testi. In questi giorni Sellerio pubblica il testo di uno dei suoi primi spettacoli, ormai da diversi anni sulla scena: Italia-Brasile 3-2 in cui l'attore palermitano rievoca, con umorismo e serietà la partita di calcio che forse più di tutte ha segnato un'epoca, quella semifinale dei mondiali di Spagna, in cui decisivo fu il gol di Paolo Rossi per far accedere l'Italia alla finale contro la Germania (è di qualche anno fa un libro dello stesso Rossi che si intitola Ho fatto piangere il Brasile). Ma la partita di calcio per Enia diventa un pretesto per parlare di un'Italia che forse che non c'è più, il pretesto per parlare della Resistenza (ricordiamoci di Pertini, il presidente partigiano, e di Antonio Cabrini, che colpito al volto da una scarpa, sanguina come un partigiano, è bello come un partigiano).
Con Davide Enia abbiamo parlato al telefono di tutto questo e di altro ancora. Ecco uno stralcio della nostra conversazione.
Il tuo testo Italia-Brasile 3-2 ruota tutto intorno al gioco del calcio. Per te il calcio è una vera passione?
Non sono un amante del gioco del calcio. Seguo solo il Palermo, che è una cosa diversa.
Italia Brasile ruota intorno al calcio inteso come arte pedatoria. Oggi quando parliamo di calcio siamo trasportati in un mondo fatto di decreti spalma debiti, passaporti falsi eccetera. Quello non è il calcio, è la mortificazione di uno sport. Quello non mi interessa. Invece mi interessa il calcio come elegia del tiro di rigore sbagliato, mi interessa raccontare la fatica che si fa per controllare la palla.
Perché proprio quella partita? Che cosa significa nel tuo immaginario e in quello del pubblico italiano?
Quando noi pensiamo a una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia pensiamo a Montale. Quando pensiamo a una partita di calcio pensiamo a Italia Brasile. Ma tutto questo preesisteva, i cocci sui muri esistevano prima di Montale, e le partite di calcio esistevano prima di Italia Brasile e soprattutto prima del mio spettacolo. Quella partita è diventata un simbolo perché per la gente che l'ha vissuta, che se la ricorda, quella partita rappresenta l'archetipo della partita di calcio, è assurta a mito.
Che cosa è cambiato in Italia nei trent'anni trascorsi da quella notte?
Non è cambiato nulla: è tornato il fascismo.
Nel tuo testo fai parecchi rimandi alla lotta partigiana, che sembra in qualche modo permeare di sé la vita quotidiana degli italiani. E oggi, si è persa quella memoria, e perché secondo te?
Non si è persa la memoria, oggi si è persa la capacità di oggettivare. La memoria deforma la realtà dei fatti, quello che viene tramandato è l'oggettivazione della realtà.
Guarda, io credo che la memoria sia un'attività inutile e forse anche dannosa. Se non esistesse si potrebbero giustificare come errori primigeni le porcate che si fanno oggi.
Un esempio su tutti sarebbe la necessità di oggettivare una realtà come i 45 milioni di italiani emigrati nel mondo, i cartelli in Svizzera che dicevano: Vietato l'ingresso ai cani e agli italiani. Ecco di questo bisognerebbe ragionare. La memoria è selettiva e sopravvalutata, bisogna ritornare a studiare le cose come se non si ricordassero.
Come nascono i tuoi lavori? Lavori prima sulla storia o questa cresce insieme allo spettacolo?
Ogni lavoro ha una sua genesi indipendente. Se avessi uno schema fisso riuscirei a scrivere in una maniera certamente più prolifica. Succede che mi imbatto in una storia, intuisco una possibilità narrativa e mi intrudo. Il resto è falegnameria. Lavoro di lima e seghetto. Il lavoro di san Giuseppe!
Tu usi molto il dialetto palermitano, e l'uso che ne fai in qualche modo ricorda il napoletano di Eduardo o di Scarpetta. È così?
Il palermitano ha, insieme al napoletano una potenza simbolica enorme. Non per niente dal napoletano è nata la canzone, è nata la sceneggiata, mentre dal palermitano sono nati i cunti come forma narrativa autonoma. E poi c'è tutta la componente non verbale che è fortissima. Quando da bambino facevo qualche cazzata, non mi spaventavo quando mio padre gridava, ma quando mi guardava. La cosa più spaventosa era la taliata. In palermitano si dice “la megghiu parola è quiddha ca nun se rice” (la parola migliore è quella che non si dice). Spesso le cose non si tacciono per ignoranza ma per rispetto e profonda comprensione.
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