SERGIO RUBINI
Scritto da Valeria Blanco    Venerdì 02 Aprile 2010 11:46    PDF Stampa E-mail
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Un libro a metà tra romanzo e sceneggiatura, un lavoro in cui i confini tra cinema e letteratura non sono più chiaramente distinguibili: è Il cattivo soggetto (Manni), scritto a sei mani dall’attore e regista pugliese Sergio Rubini, dallo scrittore Domenico Starnone e dalla sceneggiatrice Carla Cavalluzzi. La strana natura di questo libro che non è un romanzo né un vero  soggetto cinematografico, ma uno “strano soggetto” come spiega il titolo è il pretesto per allargare il discorso al rapporto tra cinema e letteratura, alla loro attrazione fatale per il lato oscuro delle cose e al ruolo del Meridione. Oltre che autore del libro, Sergio Rubini è tra le voci più autorevoli del cinema italiano in cui, sin dal primo film da regista, La stazione, ha dato voce a un Sud nostalgico e contraddittorio, non tralasciando di esplorare il lato oscuro dell’animo umano, soprattutto negli ultimi lavori.

Rubini, partiamo dal titolo e dall’evidente gioco di parole. Ce ne spiega il significato?
Il libro contiene quello che in gergo cinematografico si chiama un trattamento, cioè una cosa che sta a metà strada tra il soggetto di un film e la sceneggiatura. Infatti, era il progetto per un film che poi non si è più fatto. Il “cattivo soggetto” è tale perché non è riuscito a diventare un film.

Ma fuori dal gergo cinematografico, il cattivo soggetto è una persona cattiva...
Nel nostro caso il cattivo soggetto è il protagonista del libro, Mimì Festa, un gangster che trova riparo in una canonica dove incontra un prete del Nord in crisi. Il cuore del racconto è nel loro rapporto.

Come nasce l’idea?
A Mellitto, una contrada del mio paese, Grumo Appula, c’è una chiesetta e una scuola per i figli dei pastori. Circola la voce che lì si sia fermato il boss Bernardo Provenzano durante la latitanza.

Sta dicendo che il protagonista è l’alter ego di Provenzano?
Mimì Festa è un gangster sui generis, un uomo inquieto, folkloristicamente arrogante ma anche fragile. Per giunta con una famiglia squinternata e un figlio che non rispetta la sua autorità. Provenzano è stato solo lo spunto per la storia.

Perché vale la pena di leggerlo?
Perché è una lettura godibile, ma anche per mettere il naso in una fase importante della preparazione di un film.

Che immagine del Meridione viene fuori dalla lettura?
È un Meridione della memoria, perché nessuno di noi autori vive più al Sud. È un Sud pieno di contraddizioni, attuale, multietnico, contemporaneo e variegato, in cui ci sono le cicale che cantano, le vecchiette e gli extracomunitari che raccolgono i pomodori.

Come spiega l’attrazione del cinema e dell’arte in genere nei confronti del male, dell’oscuro, del cattivo?
L’arte è ricerca della perfezione: nel buono si è già vicini alla perfezione e c’è poco da lavorare, mentre il cattivo è più ricco di sfaccettature. E poi, c’è una parte oscura in ognuno di noi: tirarla fuori è difficile, vederla su uno schermo tranquillizza.

Il cattivo soggetto è un libro che nasce da un film mancato. Una provocazione rispetto alla tendenza opposta, quella di trasformare i libri in film?
Sul set Intervista, Federico Fellini mi insegnò che i grandi libri non possono diventare film. Lui non realizzò mai un film tratto da America di Kafka e mi spiegò che il cinema si può rivolgere solo alla letteratura imperfetta, cercando di perfezionarla sullo schermo. Un grande capolavoro non può essere perfezionato.

Tornando al suo, di cinema, sta lavorando a un nuovo film?
Sono in fase di scrittura, ma non ho ancora trovato il mio “cattivo soggetto”.
Valeria Blanco
 

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