SOPHIA
Scritto da Tobia D'Onofrio    Venerdì 02 Aprile 2010 10:19    PDF Stampa E-mail
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In occasione del tour Europeo di Sophia, che il 29 Aprile approderà alle Officine Cantelmo di Lecce, nell’ambito della nostra rassegna Keep Cool, abbiamo fatto due chiacchiere con il frontman Robin Proper-Sheppard, già leader dei God Machine, seminale band di culto degli anni ’90.

Sei un musicista a tempo pieno sin dal 1990, anno in cui hai lasciato San Diego per trasferirti nella capitale britannica. Hai viaggiato in tutta Europa, ma fai spesso ritorno a Londra. Immagino che sia la musica a riportarti continuamente lì.
Effettivamente siamo arrivati (Austin, Jimmy ed io – The God Machine) a Londra il primo Gennaio del ’90 e anche se ho vissuto in diversi paesi europei, continuo a tornare a Londra. Non che ami necessariamente Londra, ma credo che sia diventata la mia casa “spirituale”. Mi sento a mio agio qui. Capisco la città. Ma la cosa più importante è che mia figlia vive qui, dunque immagino che d’ora in poi sarà sempre la mia casa.

Negli anni ’90 sei stato tra i primi a recuperare una dimensione intimista nella musica, salpando per un romantico viaggio “depresso”. Infatti God Machine e Sophia si soffermavano su emozioni che avrebbero incontrato un pubblico più ampio solo verso la fine del decennio, in compagnia di Will Oldham, Dave Pajo, Codeine, Arab Strap, Mogwai, Low, Dakota Suite. Che ci dici di questo approccio alla composizione, di questo recupero dell’intimismo e del formato canzone?
Per quanto riguarda il “romantico viaggio depresso” inteso come formato canzone, credo che ci siano sempre stati musicisti che si concentrano sul contesto emozionale della musica, piuttosto che su quello tecnico. I God Machine hanno sempre incarnato lo “spirito” emozionale della nostra musica e Sophia non ha fatto che proseguire sulla stessa linea. L’essenza di ciò che scrivo è rimasta bene o male la stessa, ma cerco continuamente di vestirla con colori diversi.

Il 23 Aprile Sophia partirà in tour per l’Europa e siete soltanto tu e la tua chitarra. C’è una ragione particolare dietro questa scelta?
Credo ci sia più di una ragione… Prima di tutto volevo poter essere in grado di suonare di fronte a quelli che, mi auguro, siano i fan più fedeli. Volevo andare nei posti (città e locali) in cui prima d’ora non ero riuscito ad esibirmi. Durante questo tour suonerò in locali realmente fuori mano (molti dei quali davvero eccezionali). Questi posti non avrebbero potuto accogliere l’intera band. Ed è una cosa che mi eccita veramente!
Sono anche molto emozionato per il fatto che sarà il mio primo tour interamente acustico. Credo che l’intimità dell’ultimo album There Are No Goodbyes si presti particolarmente per questo tipo di performance. Inoltre penso che sarà anche molto bello suonare i primi album, come Fixed Water e The Infinite Circle, perché hanno una natura acustica. Da quando ho iniziato a provarle ogni giorno, queste canzoni mi stanno accompagnando in un profondo viaggio nel mio passato. Dalla morte di Jimmy Fernandez (il brano So Slow) alla prima volta che ho dovuto lasciare Londra (il brano Directionless), fino alle più recenti (ma ancora assai dolorose) Heartache e There Are No Goodbyes… È un viaggio molto emotivo, certamente.
Ma è sempre stato così, per Sophia, giusto?

Probabilmente era così anche prima di Sophia… Ho sempre avuto l’impressione che God Machine rappresentasse un’esperienza esistenziale totalizzante: eravate giovani, eravate insieme in giro per il mondo dall’altra parte dell’Atlantico: avete vissuto delle esperienze molto intense, ed è facile percepirle durante l’ascolto.
In tutta onestà, quando oggi ripenso a The God Machine non la ricordo come un’esperienza particolarmente intensa. È stata un’esperienza pazzesca (inaspettatamente, essere finiti a Londra è stata la cosa più assurda!) e sicuramente, se fossimo restati negli Stati Uniti, saremmo cresciuti in modo totalmente diverso, ma non è stato poi così intenso. Eravamo giovani e le nostre vite erano flessibili, abbiamo preso le cose come venivano. Siamo finiti in situazioni realmente estreme (niente acqua corrente, niente elettricità), ma ripensandoci adesso la consideravamo una lunga vacanza in campeggio. Non ci preoccupavamo mai di niente e potevamo sempre contare sulla nostra amicizia. Come tutti i giovani credevamo nel futuro, ma la cosa più importante è che non eravamo mai soli, e questo ci ha dato grande forza e stabilità.

Quindi c’era realmente una profonda connessione tra di voi. Ascoltando la musica di The God Machine si percepisce chiaramente una forte tensione spirituale, mentre in Sophia appare mitigata, sembra un viaggio più lucido e personale. È una giusta lettura?
La mia scrittura è sempre stata molto personale. Questo non è mai cambiato. Detto questo, quello che scrivevo per i God Machine era sicuramente molto più esistenzialista e andava ad indagare a fondo il “qui e ora”, hic et nunc. Ribadisco: immagino che questa sia una parte importante del processo di crescita di ogni individuo, trovare il suo posto nel mondo.

Intendi forse dire che la differenza di scrittura fra i due gruppi dipende dalla maturità conquistata con il passaggio all’età adulta?
Quando invecchi, gli interrogativi come “Chi sono Io?” vengono interiorizzati, e le idee che troviamo in risposta a queste domande tendono ad intrecciarsi sempre di più con le nostre personali relazioni ed esperienze (e definizioni) dell’amore, e con il modo in cui queste modificano la nostra percezione del mondo che ci circonda. Questo è ciò che tento di esprimere con Sophia.
Immagino che le differenze possano essere sintetizzate in questo modo: nei God Machine mi chiedevo se Dio esistesse, mentre in Sophia mi domando se esiste l’Amore.

È  corretto, allora, dire che Sophia incarna semplicemente una dimensione più adulta e rilassata?
Non saprei proprio dire se il viaggio di Sophia sia più rilassato. Dipende da cosa si intende per rilassato. Se guardo alle esperienze che si celano dietro la mia scrittura oggi, in confronto a 15-20 anni fa, direi che la mia vita è diventata decisamente più complicata e molto meno rilassata di quanto non fosse all’epoca. Ma capisco perfettamente che, per molte persone, dieci chitarre elettriche distorte creeranno sempre una maggiore tensione dinamica, rispetto a una sola chitarra acustica!

The God Machine è una band di culto perché ha anticipato diverse tendenze musicali e ha costruito ponti fra diversi generi: noise, stoner, post-metal e in qualche modo post-rock, ma anche tanta musica dark degli anni ’80. Oggi gli anni ’80 sono diventati fonte di ispirazione per innumerevoli gruppi. Qual è la musica di quel periodo che ascoltavate di più?
Non abbiamo mai anticipato niente! Né abbiamo mai tentato di costruire alcun ponte o incrociare alcun genere. Suonavamo semplicemente quello che volevamo suonare. La cosa più divertente è che mentre eravamo a San Diego suonavamo pezzi degli Iron Butterfly, di Van Halen e dei Jefferson Airplane, ma questo non era considerato figo, perché tutti ascoltavano il pop anni ’80 (noi inclusi!). Poi, quando siamo arrivati a Londra, abbiamo iniziato a suonare canzoni di The Cure, Echo And The Bunnymen e Bauhaus, ma  neanche questo era considerato figo, perché tutti ascoltavano Black Sabbath e Led Zeppelin (noi inclusi!).
Come ho detto, non ce ne fregava niente. Suonavamo quello che ci andava di suonare.
Credo che i God Machine siano una band di culto perché lì fuori c’è un gruppo di persone fedelissime che abbiamo toccato nel profondo. Poi eravamo realmente una grande band. I God Machine non hanno mai venduto molti dischi (infatti, il primo disco dei Sophia ha venduto più copie dei due album dei God Machine messi insieme), ma quei pochi che hanno avuto l’opportunità di ascoltarci o di vederci dal vivo sapevano di poter credere in noi.

Effettivamente prima del ’95 solo pochi fortunati hanno comprato gli album. Ormai quei dischi sono diventati rari e molto costosi. Perché è così difficile riuscire ad avere un album dei God Machine? È vero che la Universal non intende pubblicare ristampe?
Non possediamo i diritti di The God Machine e la Fiction Records (la nostra etichetta di allora) è stata comprata dalla Universal quindici anni fa. Credo di sapere perché non abbiano ancora pubblicato ristampe: perché per loro ristampare/vendere/distribuire 1000 album dei God Machine deve essere più problematico che vendere un milione di copie di un album di Lady Gaga. È una questione di business, giusto?
Ma c’è una novità! Infatti credo che la Universal Germany stia progettando delle ristampe. Se è davvero così, sono felice che alla fine abbiano preso questa decisione. Personalmente ho ristampato i primi quattro album dei Sophia (Fixed Water, Infinite Circle, De Nachten e Collections: One) e sono terminati in un mese. So bene che alcune persone hanno pagato 60 Euro per i vecchi album dei Sophia, e posso solo immaginare quanto costino quelli dei God Machine.

Perché hai scelto di venire a vivere nel Vecchio Continente? Puoi dirci, secondo te, che differenza c’è tra America ed Europa?
Ad essere sincero, ormai ho dimenticato quali siano le differenze. Ho passato in Europa tutta la mia vita da adulto e oggi non mi sentirei a mio agio se dovessi fare dei commenti sulla cultura americana.

Ho sempre pensato a te come un poeta romantico, forse per l’intensità e la bellezza formale di alcuni testi. C’è un verso di Pace che dice “Senza poesia è come se fossimo morti”. Ti sembra una buona sintesi del tuo approccio alla scrittura?
Un vero poeta romantico? Sei davvero gentile! Capisco che i miei testi sono sempre stati abbastanza semplici (mi hanno “accusato” di questo anche ai tempi dei God Machine) e a volte vorrei almeno poter fingere di essere un cantautore un po’ più sofisticato, ma d’altra parte, credo che la gente apprezzi proprio questo nella mia musica. È semplice ed onesta. Non faccio finta di essere triste e sicuramente non faccio finta di essere felice. Né di essere più forte o più debole di quello che sono. Non fingo di essere più complicato o sofisticato di quanto non sia in realtà. Sono semplicemente me stesso.
Come ha detto Voltaire: “Se una cosa è troppo stupida per essere detta, meglio cantarla”. Sarà forse per questo che in vita mia ho scritto tante canzoni, eh?
Tobia D’Onofrio


 

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