MARIO DESIATI
Scritto da Osvaldo Piliego    Venerdì 02 Aprile 2010 09:45    PDF Stampa E-mail
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Giovane, pugliese e di successo, Mario Desiati è uno di quelli che ha fatto un sacco di cose, uno di quelli che ha fatto la gavetta, come si dice. Cresciuto a Martina Franca ha scelto poi Roma. È del 2003 il suo primo libro Neppure quando è notte uscito per PeQuod. Ma Mario è anche poeta, giornalista (collabora con Repubblica e Panorama), è stato caporedattore della rivista Nuovi Argomenti e attualmente direttore editoriale di Fandango. Il suo ultimo romanzo Il paese delle spose infelici (Mondadori) ha vinto il premio Ferri – Lawrence e il premio Mondello. Mario Desiati è oggi una delle voci più interessanti della nuova e sulla nuova narrativa italiana, un modello di nuovo intellettuale che vive il mondo della scrittura a 360°. Legato alla sua terra la racconta nei suoi libri e ne parla con noi.

La letteratura pugliese è un sistema complesso. Oggi è più che mai è difficile tracciare una mappatura precisa dei suoi autori, molti hanno oltrepassato i confini regionali affermando l’idea di una nuova letteratura del Sud. Tu sei protagonista (come scrittore) e lettore (come editor) di questo rinascimento.  Come vivi e come vedi questo momento?
Sono molto felice, ma credo che non si tratti di un rinascimento, semplicemente in questa terra sono avvenute alcune cose prima che nel resto del Paese. Innanzitutto qui è avvenuta prima che nel resto d’Italia la mutazione antropologica attraverso la massiccia ondata migratoria del 1991, quando in Italia gli emigranti erano ancora pochissimi e si identificavano soprattutto nei cosiddetti vucumprà e nei lavavetri. La nave Vlora con i suoi 20.000 albanesi fu il nostro muro di Berlino.

E se guardi al passato. Credi che questa generazione di scrittori sia figlia di una terra, di esperienze letterarie autoctone, o piuttosto di un’apertura verso l’esterno?
Entrambe. Molti dei narratori di oggi sono andati via, la letteratura si nutre di ritorni ha scritto Naipul, per me si nutre anche di andate, perché lo sguardo cambia, si affina, iniziano a mancare le cose che sono sempre state davanti agli occhi e assumono un’aura diversa.

Cosa o chi secondo te ha dato vita a questa rinascita?
L’emigrazione massiccia come già detto, la commistione potente delle genti e delle loro culture, poi se devo fare un nome decisivo per l’apertura di questa regione credo che quello di Edoardo Winspeare sia il più giusto. Dalle feste di Pizzica e Comunione, passando ai suoi documentari e film, l’associazione Coppula tisa, quello che si è mosso attorno a lui.

Quali sono i pugliesi più interessanti che hai avuto modo di leggere o conoscere in questi ultimi anni?
Il mio preferito è Cosimo Argentina, ho subito fatto il diavolo a quattro per portarlo in Fandango Libri. Cuore di cuoio e Maschio adulto solitario sono due piccoli libri di culto che raccontano la mia terra con durezza e senza sconti.

Il ritorno alle storie, alla giovinezza, il raccontare una generazione è parte del tuo ultimo libro Il paese delle spose infelici. Un libro in cui racconti una Puglia contraddittoria che non è solo sfondo ma personaggio. Quanto la terra incide sulla scrittura?
Senza la terra non scriverei, scrivo in quanto mi manca disperatamente e quando vi sono ne scrivo perché non è quella che mi mancava. Credo sia la contraddizione di molti scrittori del Sud.

La tua esperienza come capo redattore della rivista Nuovi Argomenti e oggi come editor di Fandango libri ti offre una prospettiva privilegiata sulla letteratura italiana. Di cosa si scrive oggi e di cosa bisognerebbe scrivere? Cosa consiglieresti a un giovane autore?
Di raccontare quello che gli piace, ma anche quello che vorrebbe cambiare e soprattutto scrivere qualcosa per cui si è disposti a perdere tutto. Farsi questa domanda come mantra: “Quanto sono disposto a perdere della mia vita per questo romanzo?”

In questo numero abbiamo intervistato il tuo conterraneo Nicola Lagioia. Avete storie più o meno simili. Tutti e due siete partiti senza dimenticare le vostre origini. Credi sia ancora necessario andarsene o ci sono i presupposti per scrivere e vivere di scrittura anche in Puglia?
Bisogna andare via per conoscere, poi decidere se tornare o no. Dieci anni fa era impensabile immaginare che la Puglia fosse la seconda regione italiana per l’industria cinematografica. Magari un domani potrà accadere anche con quella editoriale.
Osvaldo Piliego
 

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