| SILVIA AVALLONE | ||||
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Silvia Avallone ha venticinque anni, è laureata in filosofia, è biellese e piombinese d’adozione. Il suo romanzo d’esordio, Acciaio (Rizzoli), è il caso editoriale del momento. È alla sua quinta ristampa in poco più di un mese. Il romanzo è ambientato a Piombino e lo sfondo è un’acciaieria Ilva. Il libro racconta la storia di due adolescenti, Anna e Francesca, poco più che tredicenni, che si trovano ad affrontare uno dei momenti delicati della loro esistenza in una provincia che ha poco da offrire. Raccontare l’adolescenza senza cadere nella facile retorica di Moccia è possibile. Ne parliamo con l’autrice.
Il tuo romanzo d’esordio è già alla quinta edizione e si parla di una sua candidatura al Premio Strega. Visto lo sguardo sulla realtà adolescenziale molti lo hanno accostato all’esordio fortunato di Paolo Giordano. Come vivi il successo attuale e cosa ne pensi dell’accostamento con “La solitudine dei numeri primi”? Mi sento all’inizio di un lungo percorso: penso a tutti i libri che devo ancora leggere, e alle storie che devo ancora scrivere, e la mia prima preoccupazione resta il futuro, la mia crescita come autore. Per quanto riguarda il presente, sono ancora sorpresa per l’accoglienza che ha suscitato il mio esordio, non mi aspettavo tanto clamore... Al di là dei premi e degli accostamenti, quello che davvero mi preme e mi entusiasma sono i lettori che mi scrivono su Facebook, che si innamorano dei personaggi di “Acciaio” come me ne sono innamorata io scrivendone. Nel 2007 hai pubblicato un libro di poesia con il quale hai vinto il premio Alfonso Gatto. Poetessa e narratrice. Qual è la dimensione che meglio ti rappresenta? Scrivere poesie e scrivere romanzi sono due forme di espressione diverse e complementari. Narrare una storia, cercare di ricostruire attraverso le parole una realtà, mi preme quanto illuminare con un verso, un aggettivo, un frammento di esperienza. Non rinuncerò a nessuno dei due generi: è la parola scritta in sé, la libertà, il potere che esercita, quel che più mi sta a cuore. Se dovessi citare tre scrittori senza i quali Silvia Avallone non sarebbe divenuta scrittrice quali citi e perché? Pascoli, in primis. Perché se a otto anni, sui banchi delle elementari, non avessi letto Novembre e non avessi intuito quanto la realtà ha bisogno della letteratura per ricevere un senso pieno e in grado di durare di generazione in generazione, non avrei mai scritto neppure una riga. Dostoevskij, poi. Perché i suoi dialoghi sono il vertice, a mio giudizio, delle potenzialità di un uomo, la piena rappresentazione della sua libertà. Dostoevskij mi ha fatto capire il nocciolo della questione: che la buona letteratura nasce sempre da un amore per l’uomo, da una preoccupazione per la sua condizione. E infine Don DeLillo, perché mi ha insegnato a scavare nella realtà che mi circonda, a sforzarmi di capire, di sentire il tempo che stiamo vivendo, per rappresentarlo in modo epico, eppure umile, e soprattutto onesto. Questi tre autori mi hanno fatto capire che si scrive perché c’è un mondo che ha bisogno di essere detto, e non per se stessi. Rossano Astremo
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