| MARGARETH | ||||
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Tra arrivi e partenze i Margareth esistono dal 2006. Veneti con due demo autoprodotti alle spalle arrivano con questo bellissimo White lines in casa Macaco Records. Un disco sorprendente per intuizioni pop e sapienti arrangiamenti e che fa dei Margareth la più bella scoperta di questo inizio 2010. Una band che risveglia l’attenzione verso una scena, quella veneta, che riserva sempre bellissime sorprese.
Il vostro sound ha un che dei Beatles di Lennon, il folk di Sparklehorse, una venatura psicheledica anni ‘70, una leggera chiave jazzy. Quante cose convergono nella vostra musica? Innanzitutto complimenti per l’orecchio! I Beatles sono il nostro ‘carbonio’, l’elemento essenziale della nostra musica, nonché il mio primo ascolto in assoluto, di quando a 5-6 anni rubavo le cassettine a mio padre. Sicuramente poi tutti gli anni ’60 (Kinks, i Beach Boys di Pet Sounds) e in particolar modo l’esperienza psichedelica (Pink Floyd e Syd Barrett, David Crosby, Donovan, Jefferson Airplane, Kaleidoscope, Love tra gli altri) fanno parte del bagaglio Margareth. Lo stile jazzy in alcuni brani è dovuto a Niccolò, il nostro batterista, che di jazz e di musica contemporanea è un grande appassionato e pratica questi stili con altre formazioni del veneziano. Poi ci sono le influenze più moderne, come Calexico, Radiohead (impazziamo tutti per i Radiohead, ci può essere più arte in una rock band?), Mojave 3, il brit-pop. Prima dei Margareth - quindi circa 5/6 anni fa e oltre - ognuno di noi suonava in gruppi rock, punk o reggae, da bravi adolescenti: sono comunque linguaggi musicali che ci hanno aiutato a capire come si costruiscono i brani, cosa può funzionare e cosa no. Ascoltiamo poi molta musica, molti gruppi diversi, da quelli più datati alle ultime uscite, dal blues anni ’30 all’elettronica, e compriamo molti dischi, quando le finanze lo consentono. Tutto il vostro universo musicale non disdegna però la matrice pop, la forma canzone. Come vi approcciate ai brani? Il nostro approccio ai brani è semplice, ma richiede molto tempo in sala prove. Mi spiego meglio: scrivo i pezzi (di solito chitarra e voce), e li porto in sala, dove vengono arrangiati e modificati. Cerchiamo però di passare al vaglio molte opzioni diverse in fase di arrangiamento (le variabili sono pressoché infinite), dipende dall’atmosfera che vogliamo dare al brano. In linea di massima si cerca di evitare quelle che secondo il nostro personale gusto potrebbero risultare soluzioni banali, poco interessanti o poco divertenti da suonare (anche quello è essenziale: dobbiamo divertirci mentre suoniamo i pezzi!). La forma canzone quasi canonica (the Gate è una specie di mantra, sei minuti su un accordo) per il momento la fa da padrona, ma ricerchiamo e sperimentiamo in molte direzioni, cercando forme meno prevedibili. Vedremo. Siete veneziani. Nelle vostre corde si sente un po’ il timbro di un vostro compaesano (Marco Iacampo). Che rapporto avete con la scena locale? La scena locale veneziana è più viva di quello che sembra. Molti ragazzi suonano, credo che la percentuale sia veramente alta. E ci sono anche proposte di qualità. Noi cerchiamo di partecipare il più possibile agli eventi, specialmente a quelli che gravitano attorno alla nostra etichetta, la Macaco, una delle poche indie-labels locali. Occorre essere performers e pubblico, emittente e ricevente, per comprendere al meglio un linguaggio. Cosa racconta White Lines? White Lines racconta della vita di provincia, delle sue problematiche di base e di come l’esistenza sia condizionata dai luoghi. E forse non lo vuole raccontare, ma non ne può fare a meno. Qui è stato concepito, qui registrato. Le canzoni in inglese e il ‘respiro’ internazionale non cambiano questo semplice dato di fatto. White Lines racconta di come la gente fugge da sé stessa, e raccontandolo cerca di fuggire a sua volta. Non finge però, non vuol essere quello che non è. Le linee bianche sono l’unica immagine ricorrente del disco, sono la strada. Seguirle significa non sapere dove andare. Combattiamo questa normalità facendola entrare nei nostri brani, consapevoli che accettarla vuol dire sconfitta, e che l’amore è la chiave di tutto. La musica indie soffre in qualche modo di un moto centrifugo, tende a portarti fuori dai confini nazionali, esperienza che avete fatto. Come vedete e come vedono la vostra musica in Italia e all’estero? Qui c’è una precisazione da fare: non abbiamo mai suonato all’estero! Niccolò e Andrea (il nostro batterista e il nostro ex-chitarrista che a noi non piace chiamare ex) hanno fatto una splendida esperienza come studenti di musica a New York (Andrea è ormai trapiantato lì da circa 2 anni), ma la band è sempre rimasta entro i confini nazionali. Tuttavia il nostro vero desiderio è trovare terreno fertile (in realtà è il desiderio di tutti, no?), e per forza di cose Berlino, Londra, Parigi, New York sono luoghi nei quali si ha più risonanza, perché maggiore è l’interesse da parte del pubblico e più di frequente avvengono gli investimenti da parte delle etichette discografiche. Non si sa mai, noi ci speriamo, ma almeno un’esperienza all’estero è d’obbligo. Capisco se l’indie - come scrivi tu - soffre di moto centrifugo, ci sono tutti i motivi per soffrirne. Gli appassionati qui in Italia sono pochi, qui si fanno 4 miliardi di persone con Vasco & co. (niente di personale, è tanto per capirsi) e poco o nulla con il totale delle restanti proposte, quelle più sotterranee e originali. Una persona può ascoltare i soliti 20-30 dischi per tutta la vita. Non si educa la gente alla musica nuova, si ripropone all’infinito la solita. L’Italia è un fast-food della musica. Tanti panini diversi, stesso gusto. O la musica - quella mainstream almeno - è un furgoncino di surgelati che gira per le case. Vuoi questo? Bene, basta scongelarlo mezzoretta. Ovvio che mancano stimoli da parte degli ascoltatori, ovvio che così facendo il messaggio è «la musica è un prodotto, come i vostri vestiti, come il suo rossetto, signora». Lo capisce anche un bambino. Io spero lo capisca veramente, e che in futuro le cose cambino. Antonietta Rosato
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